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Diritti civili, programmi a confronto. Al Pd, almeno su questo punto, piace “vincere facile”

Quando a un partito piace “vincere facile”

C’è una gara, in questa competizione elettorale, in cui al Pd piace “vincere facile”. Non è quella vera, cioè le elezioni politiche in quanto tali, quelle che si terranno il 25 settembre e che il Pd, perno della coalizione di centrosinistra (composta, oltre che dal listone Democratici e Progressisti, anche da +Europa-Impegno Civico-Verdi e Sinistra Italiana) perderanno, invece, e pure in modo disastroso. La coalizione di centrodestra, avanti in tutti i sondaggi, infatti, le elezioni le vincerà, e pure a mani basse, come si suol dire, trasformando una maggioranza relativa in voti in una maggioranza assoluta in seggi. Ma, sui programmi presentati dai vari partiti e coalizioni, e in particolare sul tema dei diritti civili (delle persone Lgbtq+, immigrazione, ius soli e ius scholae, legge su eutanasia e fine vita, coltivazione, uso domestico, della cannabis), non c’è storia. Agli occhi di chi ai diritti civili ci tiene e li difende, come siamo qui, noi di Luce!, poche storie. Il programma presentato dal Pd è quello migliore, il più completo e articolato e, anche, ovviamente, quello più innovativo. Ma, per rispetto della par condicio, meglio vederli e conoscerli tutti i programmi dei principali partiti, iniziando, ovviamente, proprio da quello dei dem, ma limitandoci solo strettamente a temi dei diritti. Non prima, però, di qualche riflessione di base.

Rebus sic stantibus: il Parlamento inerte e il giudizio della professoressa Carla Bassu

Partiamo da una considerazione di tipo generale, grazie al parere della professoressa Carla Bassu, costituzionalista all’Università di Sassari, tra le più giovani, più brave più avvertite, su tali temi (sua l’idea ispiratrice della legge sul doppio cognome), oggi candidata con il Pd nel collegio uninominale del Nord Sardegna (Sassari): “La brusca interruzione della legislatura ha bloccato una serie di provvedimenti orientati ad allineare la normativa sui diritti al dettato costituzionale, garantendo un trattamento coerente con il principio di uguaglianza. Parità di genere, ius scholae, fine vita, diritti delle persone Lgbt: il rischio è quello di regredire, su questi temi, ma non bisogna cedere perché i diritti devono essere consolidati ed estesi, riconosciuti (non concessi) a chi è discriminato irragionevolmente”.

Carla Bassu
Carla Bassu, costituzionalista candidata con il Pd

In effetti, è andata proprio così: ddl Zan morto al Senato, dopo una faticosa approvazione alla Camera dei Deputati. Legge sul fine vita che, in aula della Camera, neppure è arrivata a esaurire la discussione generale. Ius scholae che è rimasto, addirittura, chiuso nei cassetti della commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Cannabis (coltivazione a uso terapeutico) idem con patate, non ha fatto neppure un passo dentro l’Aula. Insomma, una legislatura a somma zero, sul piano dei diritti civili in quanto tali. I quali, dalla legislatura precedente a quella che sta terminando (2018-2022), non sono mai riusciti a procedere. Per ritrovare una legge paritaria ed egualitaria bisogna risalire a quando, nel 2015, il governo Renzi varò, e portò a casa, la legge sulle unioni civili. Legge che, peraltro, senza il consenso degli allora partiti centristi (Ncd e Ala) non avrebbe mai visto la luce. Anche se, va detto, proprio Iv di Renzi ha, in buona sostanza, affossato il ddl Zan al Senato, in quest’ultima legislatura ormai finita.

“Oggi, dal punto di vista del godimento dei diritti cittadini e non cittadini sono quasi del tutto assimilati: libertà civili e diritti sociali sono infatti prerogativa di tutte le persone. Solo i diritti politici sono ancora riservati ai cittadini, a prescindere che questi partecipino e contribuiscono attivamente alla vita della comunità e questo è davvero contraddittori”, prosegue il ragionamento la professoressa Bassu. “La cittadinanza è uno status giuridico cui corrispondono diritti e doveri che si riconosce a chi appartiene a una determinata comunità. In concreto, criteri di assegnazione dovrebbero essere specchio di un consolidato senso di appartenenza fondato su indicatori precisi: lingua, principi e valori costituzionali. A chi padroneggia l’italiano come madrelingua, frequenta le scuole e i luoghi di aggregazione del luogo in cui cresce, assorbendo gli insegnamenti che la società è capace di dare, la cittadinanza va riconosciuta e non concessa”, chiude la Bassu, parlando, in questo caso, dello ius scholae.

I tre pilastri del programma del Pd di Letta

Ma veniamo ai programmi, partendo dal Pd. Quando Enrico Letta ha presentato alla stampa il programma del Pd (estensore il professor Antonio Nicita), ribattezzato Manifesto per l’Italia del 2027 (sic), ha lanciato questo slogan: “Diritti. Ambiente. Lavoro. Tre pilastri che tengono dentro alcuni temi fondamentali per modernizzare il Paese”. Il programma elettorale del Pd punta forte, dunque, sulla tutela dei diritti e contiene i principali cavalli di battaglia del centrosinistra: l’approvazione del ddl Zan e del matrimonio egualitario, la garanzia dell’applicazione della legge 194 sull’aborto, l’introduzione dello Ius scholae e della legge sul fine vita, la legalizzazione dell’autoproduzione di cannabis per consumo personale nell’ambito delle politiche di contrasto alle mafie. Perché – ha detto Letta – “se vincono queste destre saranno l’Italia e i diritti degli italiani ad andare indietro”. Tre i pilastri fondamentali: sviluppo sostenibile e transizione ecologica e digitale; lavoro, conoscenza e giustizia sociale; diritti e cittadinanza. Ci occupiamo, qui, ovviamente, solo dei diritti, intesi come diritti civili e non di tutti gli altri.

Diritti civili a gogò: il Pd tiene alle sue battaglie storiche, ma sono un libro dei sogni

I diritti civili sono tra i pilastri su cui punta il Pd e la coalizione di centrosinistra per le elezioni politiche

“Nel solco degli artt. 2 e 3 della Costituzione“, scrive il Pd nel programma, “dobbiamo superare la contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali. La scelta è tra un’Italia ripiegata su sé stessa e un’Italia aperta alle differenze“. L’obiettivo, dunque, è dare al Paese “leggi di civiltà affinché siano riconosciuti e tutelati i diritti basilari di milioni di persone”. Come si è provato a fare, senza successo, nel corso della legislatura, quando il Pd, su tali temi, si è pure assai speso. I dem si impegnano a promuovere la piena eguaglianza delle persone Lgbtqi+ attraverso il varo della legge contro i crimini d’odio (il cosiddetto Ddl Zan) e l’introduzione del matrimonio egualitario, ormai riconosciuto in 130 Paesi di cui 17 europei (in sostanza: le nozze gay). A portare a compimento la legge sul fine vita. E naturalmente ad approvare lo Ius Scholae per dare la cittadinanza ai figli degli immigrati che studiano in Italia da almeno cinque anni.

Va anche detto, però, che il programma elettorale del Pd non menziona esplicitamente il riconoscimento dei figli delle coppie dello stesso sesso, che in Europa è stato quasi sempre introdotto con l’approvazione del matrimonio egualitario, estendendo i diritti/doveri genitoriali, compresa l’adozione alle coppie omosessuali. Le unioni civili si differenziano dal matrimonio egualitario proprio perché non li prevedono, oltre a voler rimarcare una differenza di status più generale (nel dibattito del 2016 sulla legge Cirinnà, parlamentari di varie forze politiche insistettero sulla volontà di non equiparare le coppie gay alla famiglia “tradizionale”). Nel 2016 il Pd seguì la linea del suo allora segretario Matteo Renzi che tolse l’adozione del figlio del partner dalla legge, ritenendola troppo divisiva. E se è vero che il Pd ha, come partito, promosso e sostenuto il Ddl Zan sull’omotransfobia non sono mancati dissidenti.

Le istanze della comunità Lgbt+ hanno infatti tradizionalmente diviso le due anime del partito: quella cattolica erede della Dc-PPI-Margherita più cauta, se non apertamente contraria e quella di sinistra, erede del Pci-Pds-Ds, invece, favorevole. Una divisione che si ripropone oggi a proposito del riconoscimento dei figli delle coppie dello stesso sesso, delle adozioni gay, della semplificazione dell’iter per il cambiamento di genere sui documenti e delle terapie farmacologiche per gli adolescenti transgender che, infatti, non compaiono nel programma. Una divisione che si riflette nelle candidature: a Padova, per esempio, sono candidati nel collegio plurinominale Alessandro Zan, promotore della legge contro l’omotransfobia e sostenitore del riconoscimento dei figli delle coppie gay e lesbiche, e in quello uninominale Giampiero Della Zuanna, che nel 2016 aveva proposto una versione della legge sulle unioni civili che escludeva esplicitamente la genitorialità e che intendeva punire con il carcere le coppie gay che avevano figli con la maternità surrogata. Le solite contraddizioni tipiche del mondo dem…

I programmi di altri partiti di centrosinistra

Non troppo dissimili sono i programmi degli altri partiti della coalizione di centrosinistra, da IC (Impegno Civico) di Luigi Di Maio e Bruno Tabacci, partito moderato ma che ha, al suo interno, deputate – oggi ricandidate – come Caterina Licatini, in Sicilia, che molto si sono spese per l’approvazione della legge sulla cannabis a uso terapeutico (la modica quantità). O come, ovviamente, +Europa, che vede nel deputato uscente Riccardo Magi uno degli alfieri sia della pdl sulla cannabis (a prima firma Magi-Licatini) sia di quella sul fine vita, battaglia che, fuori dal Parlamento, è stata a lungo impugnata dai Radicali, da cui Magi viene, e da associazioni come la Luca Coscioni, il cui portabandiera (politico) è l’ex deputato del Pr Marco Cappato. Per non dire, ovviamente, dell’ala sinistra della coalizione, i Verdi-SI di Bonelli e Fratoianni, che, su questi temi, si sentono più avanti di tutti.

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