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Delocalizzazioni, a soffrirne non sono solo i lavoratori ma anche i territori

Aveva ragione Trump! Per onestà intellettuale occorre riconoscere che, sia pure nel suo tipico modo poco diplomatico e molto autoritario, lui è stato il primo a muoversi per avviare un po’ di sana “autarchia” a frenare almeno un poco quel fiume in piena che sono diventati in pochi anni, negli Usa come in Europa (e specialmente in Italia) gli “outsourcing”, cioè le delocalizzazioni. Concordo pienamente con quanto scrive nel suo ottimo recente post su questo argomento il prof. Maddalena: “Filo conduttore di tutto è l’egoismo degli uomini, che ha trovato terreno fertile nel vigente sistema economico predatorio neoliberista, del quale stanno soffrendo moltissimo i nostri lavoratori, a causa, soprattutto, delle sempre maggiori delocalizzazioni”.

Il problema però non riguarda solo i lavoratori, che sono certamente i primi a soffrirne le conseguenze; ma, a seconda delle dimensioni dell’impresa, è sicuramente un intero territorio, o addirittura un’intera regione, a soffrire quando un’impresa se ne va, perché l’impresa è solo metà della ricchezza di una nazione: l’altra è quella dei lavoratori che spendono tutto il loro salario nell’area in cui lavorano.

Maddalena giustamente mette in evidenza, oltre all’egoismo e all’indifferenza sulle sofferenze altrui che provocano quei manager di pietra, anche il non trascurabile fatto che quei demoni (sostenuti dai nostri politici senza nerbo) se ne infischiano anche dei dettami della nostra Costituzione. In particolare per quell’art. 43 che esplicitamente prevede il “passaggio a mano pubblica”, mentre i nostri pavidi politici pensano solo a “privatizzare”, facendo finta di credere davvero che in Italia non esistano manager capaci di guidare qualsiasi tipo di azienda, media o grande che sia. Andate in America a vedere quanti manager di origine italiana ci sono, ma hanno dovuto emigrare per trovare un lavoro decente e all’altezza delle loro capacità, sia di professori che di imprenditori.

Quelli come Draghi e Cartabia invece sono andati là a prendere il prestigioso “attestato”, da aggiungere a quello “bocconiano” made in Italy e al curriculum stellare rimediato nelle “ospitate” presso i costosi atenei a stelle e strisce. Poi tornano in Italia raggianti a reclamare poltrone di prestigio. Anche in area pubblica, se capita. Vocazione al servizio pubblico? Nei discorsi, sì. Nei fatti? Ancora non si è visto niente all’altezza di quelle poltrone. Certo, Draghi ha fatto un buon lavoro alla Bce, ma è una specializzazione tecnica, da banchiere di alto livello che sa far di conto e muovere i soldi e… nient’altro! Inadatto già come capo di governo, figuriamoci come Capo dello Stato! Lo vedremmo solo nei discorsi di fine anno e nelle solite ricorrenze a leggere discorsi scritti da qualcun altro. Lasciamo perdere!

Anche Chiara Brusini nel suo interessante articolo sulle delocalizzazioni evidenzia l’inconsistenza del governo. I rimedi escogitati dal Ministro del Lavoro Orlando (che copia la legge Florance, francese, che ha già fallito in Francia) parlano da soli. Forse gli è stato suggerito dal “francese” d’adozione, Enrico Letta, ora Segretario Pd. E Letta, che fa? In televisione, nelle brevi interviste che concede, più in là delle due parole (Ius Soli, non necessarie per dare la cittadinanza italiana agli olimpionici di Tokyo) non riesce proprio ad andare, riuscendo persino a far rimpiangere Veltroni e D’Alema (davvero!).

E dunque, i nostri lavoratori scarto delle delocalizzazioni chi se li prende? Salvini? Meno male che c’è Landini con la Cgil a battere il chiodo e Il Fatto Quotidiano a mettere il problema in prima pagina, altrimenti…! E meno male che anche negli Usa qualcuno che sa come discutere certi argomenti fornisce giudizi davvero utili a capire chi sbaglia e perché. E’ il Nobel per l’Economia Paul Krugman, che nel suo recentissimo pezzo How not to create jobs (“Come non creare lavoro”) denuncia apertamente il vecchio vizio dei governatori conservatori americani, graniticamente ancorati alla severità amministrativa (sulla pelle dei lavoratori) nel rifiutare per gli Stati da loro governati i contributi federali alla disoccupazione perché “disincentivano” la voglia di lavorare o di cercarsi un altro posto.

Dice Krugman che, nonostante la ripresa dell’inflazione, ora attorno al 5% ma temporanea secondo i tecnici del Tesoro (ovvero la Yellen), la disoccupazione non è ancora calata a livello nazionale allo stesso livello di recupero post crisi (fonte Bureau of Labor Statistics), quindi la scusa del pericolo inflazionistico non sta in piedi, mentre quelle sovvenzioni federali farebbero un gran bene non solo ai disoccupati, ma anche all’economia perché, come già ampiamente dimostrato (anche in miei precedenti post) gli incentivi e il “denaro a pioggia” sono per l’economia un po’ come la ruota di scorta per la macchina. Lo stop forzato della produzione durante il Covid avrebbe portato ad un gravissimo stop anche dell’economia se non ci fosse stato il “surrogato” degli incentivi a imprese e lavoratori.

Ora però la ripresa è avviata e qualcuno cerca di approfittare del momento di debolezza della Forza Lavoro per “barattare” paghe più basse, o lavoratori più giovani, o altre meschinità umane su questo livello. Ovviamente questo comportamento egoistico (già visto in forma anche più grave nella crisi del 2008) favorisce gli sciacalli ma rallenta la ripresa a livello nazionale. La somma degli egoismi finirà col fare più danno che la stessa pandemia.

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