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David Sassoli era una sana e consapevole libidine

“Allora è fatta, sei candidato sindaco di Roma!”. E lui, in un lampo ironico: “Ti ringrazio per la stima, ed è come se avessi accettato”. Era il 17 ottobre 2020, e c’era molto di David Sassoli in questa risposta, tra una sigaretta e l’altra fumate con accanimento: lo humour, il suo bonario e divertito distacco dalle cose, persino quelle un po’ spiacevoli. Perché in quel momento il segretario del Pd Nicola Zingaretti insisteva, e con lui anche Dario Franceschini. Volevano assolutamente candidarlo in Campidoglio dopo il disastro di Virginia Raggi. Tentavano di forzarlo. D’altra parte piaceva a tutti, Sassoli.

 

Ai cardinali e pure alle suorine di cui era amico, agli ex comunisti e a quelli di Forza Italia, ai giornalisti di cui era stato collega e che sempre gli hanno garantito buona stampa. Piaceva  pure a Beppe Grillo con il quale aveva stabilito una consuetudine fondata su qualcosa forse di più solido della politica: la simpatia istintiva, epidermica. Lo scherzo. D’altra parte un motivo ci sarà stato se questo giornalista cattolicissimo e di sinistra, amante della musica classica e della convivialità, il conduttore del Tg1 che in appena dieci anni s’era trasformato nel presidente del Parlamento europeo, era ormai diventato il candidato per ogni casella libera della Repubblica, persino quella definitiva del Quirinale, in un’Italia politica nel frattempo fattasi cupa e vaffanculeggiante. Lui era il contrario.

 

Come cantava Zucchero “solo una sana e consapevole libidine / salva il giovane dallo stress e dall’Azione cattolica”. E Sassoli, amico sin da ragazzo del cardinale Zuppi che venerdì celebrerà i funerali, veniva sul serio dall’Azione cattolica, dallo scoutismo, dalle giovanili della Dc, da una famiglia numerosa intorno al padre giornalista del Popolo. Dunque oratorio e Vaticano, Aldo Moro, Piazza Navona e la Fondazione don Sturzo frequentata coi calzoni corti, e infine il giornalismo sempre cattolico e sempre politico  – ma senza mai l’aria penitenziale, da quaresima o da venerdì santo. Ecco, appunto, la libidine di cui cantava Zucchero, che in Sassoli altro non era che un’iperbole per indicare la capacità di godere al massimo della vita sapendo trattare con leggerezza anche le cose più gravi.

 

Era diventato presidente del Parlamento europeo per una carambola, non era il predestinato. E forse all’inizio ne era rimasto sorpreso lui stesso, che aveva anche tratti di vaporosità di cui era consapevole. Il mezzo busto fattosi presidente. Lui che però a luglio del 2019 – mentre l’Italia era ormai il paese delle fetecchie, guidato con una mano sola da Salvini &  Di Maio, tra No euro, cigni neri e gilet gialli –  seppe assumere quell’incarico col rigore richiesto dai tempi. Sempre legato a un’idea non retorica, non tenorile, ma nemmeno burocratica d’Europa. È stato un presidente interventista, Sassoli. E a un certo punto fu garante dei rapporti tra l’Italia e l’Europa. L’unico italiano, assieme a Sergio Mattarella, a ricoprire un ruolo di rilievo istituzionale mentre tra botti e petardi, minacce all’Unione, patti con la Cina e altre mattane, si consumava la credibilità dell’Italia di fronte ai suoi amici e alleati di sempre. Trasversale, amabile e bello come un attore del cinema, a sessantacinque anni Sassoli non mutava, forse si sciupava per via dell’età e della malattia che l’aveva offeso senza però trasformarlo, senza disfarlo, come un frutto che matura, ma conserva la propria forma originaria. E’ morto ieri mattina, e per un attimo, ricordandolo, il Parlamento ha smesso di accapigliarsi su Draghi e sul Quirinale.

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