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Cuperlo ha deciso: “Mi candido al congresso del Pd”

Sarà la seconda volta, per il deputato triestino, dopo la corsa del 2013 che lo vide sconfitto da Renzi. Su di lui ora scommette l’area sinistra del Pd che però non si riconosce nel movimentismo extra ecclesiam di Schlein

C’ha riflettuto tanto, forse  perfino troppo. “Ma non è cosa da prendere alla leggera”, sorrideva, col ghigno un poco autocompiaciuto di chi coltiva il vizio della riflessione, della gravità dei pensieri, come un residuo di disciplina veteroberlingueriana. Alla fine, però, la decisione l’ha presa: “Mi candido”. Gianni Cuperlo, in questa venerdì di antevigilia natalizia, scioglierà la riserva. Le ultime telefonate ai confidenti più cari, in mattinata, testimoniano di una decisione ormai matura. L’annuncio avverrà con un’intervista al giornale: vecchi metodi che dicono di un’eredità, quella di Botteghe oscure e forse perfino delle Frattocchie, custodita con cura. Et pour cause, perché il senso della sua candidatura sta un po’ in questo: la sinistra, certo, ma la sinistra “di partito”, così diversa da quella movimentista, extra ecclesiam, incarnata da quella Elly Schlein vissuta da larga parte dell’apparato ex Ds come una grande figura di rinnovamento, ma priva dello spessore politico, troppo sganciata dall’apparato, dalla struttura. “Una che al Nazareno c’è venuta solo quando lo ha occupato”, malignano dalle parti di Montecitorio. Dove molto si parla, di nuovo, dell’attivismo di Goffredo Bettini: che forse potrebbe essere, ora, proprio uno dei grandi elettori di Cuperlo, il regista che convoglia su di lui l’area più a sinistra del Pd – quella che include anche Nicola Zingaretti – e anche un bel pezzo di Articolo1 e mondo bersaniano variamente inteso: gente, insomma, che pur aborrendo il riformismo di Stefano Bonaccini, non si riconosce nel nuovismo woke di Schlein. Andrea Orlando invece no, pare di no: resta, sia pur non entusiasticamente, convinto che la scelta della Schlein sia l’unica possibile, benché nel contesto di una sfida congressuale classica, “una conta” dice lui, che non è quello che auspicava.

Classe ’61, triestino di nascita ma romano d’elezione, studi al Dams di Bologna, Cuperlo è stato l’ultimo segretario della Fgci, al cui vertice arrivò perché preferito a quell’Andrea Cozzolino che oggi se la passa mica tanto bene, nel clamore dell’inchiesta sul Quatargate. Sarà una seconda volta, per lui. Perché già nel dicembre del 2013 si candidò alle primarie del Pd. Finì secondo, e di molto, davanti a Pippo Civati e dietro a Matteo Renzi, che poi lo volle presidente del partito, almeno per un po’. Fu un rapporto complicato, quello tra Cuperlo e l’allora Rottamatore, ma sempre franco. “Coltivi l’arroganza dei capi, ma ti manca la statura del leader”, disse nel 2016 al premier in carica, all’avvio di una campagna referendaria che avrebbe segnato la rottura di un pezzo di sinistra dalemiana col renzismo. Cuperlo invece no: rimase sul limite estremo del partito, ma sempre “nel gorgo”, come amava dire lui citando il suo venerato maestro Pietro Ingrao. Non seguì Bersani e Speranza sulla via della scissione, si occupò anzi di suturare la ferita, di farla coagulare, evitando ulteriori strappi. “Non ho mai smesso di crederci, nel Pd, neppure quando sarebbe stato facile disilludersi”, ha ricordato in questi giorni ai suoi interlocutori. “E siccome anche ora porta bene perorare la causa dell’inutilità del Pd, io mi candido”.

  • Valerio Valentini
  • Nato a L’Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull’Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all’Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, “Gli 80 di Camporammaglia”, edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto. 

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