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Così si muove il prof Francesco Giavazzi, l’unico vicepremier di Draghi

Non si conosce abbastanza il governo di Mario Draghi se non si conosce il ruolo del professor Francesco Giavazzi. Se poi lo si conosce di più, oltre le convenzioni politiche che fanno della comodità della sedia lo spessore di sé, si capisce che il governo di Mario Draghi è in parte, una parte di notevole consistenza, pure il governo del professor Francesco Giavazzi. Soprattutto perché Giavazzi, il consulente Giavazzi, o meglio il consulente senior Giavazzi, o più orecchiato il «senior advisor» Giavazzi, non occupa una sedia, ma uno spazio: sta lì dove Draghi non arriva, non ci vuole stare per astuzia o non ha modo di starci per tempo, anche soltanto perché privo della dote dell’ubiquità fra le altre che gli si attribuiscono. Lo spazio è ampio: nomine nelle aziende di Stato; acquisto di Cassa depositi e prestiti della quota della famiglia Benetton in Autostrade per l’Italia; decreto contro le grandi navi nella laguna di Venezia; stesura della riforma fiscale, del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), dei discorsi del presidente del Consiglio; trattativa del Tesoro con banca UniCredit per la cessione del Monte dei Paschi di Siena. Dire che è un fidato collaboratore è di una pigrizia intellettuale sconcertante. A volte i fidati collaboratori sono inaffidabili camuffati. E poi si premette un rapporto di subalternità. Invece Giavazzi (’49) e il quasi coetaneo Draghi (’47) hanno quasi conseguito assieme, quasi mezzo secolo fa, il dottorato in economia al Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston.


Draghi ha collocato Giavazzi a Palazzo Chigi nel gabinetto diretto da Antonio Funiciello. Il gabinetto del presidente del Consiglio è una struttura che nei governi italiani ha una rilevanza intermittente. Non è mica facile spiegare fuori ciò che si fa dentro. Nei titoli di giornale il gabinetto non ci entra. Nelle trasmissioni d’informazione fa precipitare gli ascolti. Come si mette su in televisione un diverbio, non triviale, sul gabinetto del presidente del Consiglio e lo si liquida con una battuta, altrettanto non triviale, sferzante e concisa. Impossibile.


Dove si aggira il complesso si annida il potere. Giavazzi è consulente senior a titolo gratuito. Uno dei due in organico, senz’altro il primo. Il secondo è Marco D’Alberti, docente di Diritto amministrativo alla Sapienza di Roma, corrente Massimo Severo Giannini, molto schivo, molto romano. Al ministero del Tesoro, nella stagione delle privatizzazioni, fu apprezzato dal direttore generale Draghi e, qualche lustro più tardi, si è ritrovato col governatore Draghi a Bankitalia. D’Alberti ha curato il decreto Semplificazioni. È molto preparato quanto schivo e romano, ma è molto attento a muoversi nel suo perimetro e fra le sue competenze, mentre Giavazzi è una sorta di agente draghiano, padroneggia le questioni economiche e finanziarie e si inoltra in luoghi sconosciuti. Dopo la stanza di Draghi a Palazzo Chigi c’è l’ufficio con le bandiere e il balcone del capo di gabinetto Funiciello e, subito accanto, la singola uso doppia di Giavazzi e di Marco Leonardi. Spesso la scrivania di Giavazzi è sguarnita. Riceve altrove. Non ha sale di attesa. Però la distanza che lo separa da Draghi è sempre la più breve. Nel suo libro “Il metodo Machiavelli”, Funiciello ha esaminato le planimetrie di Palazzo Chigi e della Casa Bianca: il potere richiede vicinanza. E Giavazzi non ci gira attorno. Ci sta sopra.


La vendita di Mps a carico dello Stato è materia assai delicata per l’ex capo della Banca centrale europea nonché di Bankitalia proprio durante la sciagurata operazione di Giuseppe Mussari che ha distrutto l’antico istituto di Siena strapagando Antonveneta. Per ovvi motivi, e siccome il Tesoro è il principale azionista di Mps, Draghi ha lasciato la gestione formale del negoziato con UniCredit al ministro Daniele Franco e al direttore generale Alessandro Rivera. A un recente e fondamentale incontro in via XX Settembre con Andrea Orcel, l’amministratore delegato di UniCredit, l’unico esterno al Tesoro era il professor Giavazzi. E ancora con Franco, alla vigilia della consegna ufficiale al Parlamento, Giavazzi ha visionato le ultime bozze del Pnrr di cui ha compilato tante pagine. Il fisco è la sua riforma. Quando si presentò alle Camere per la fiducia, Draghi sul fisco copiò Giavazzi. Non fu una goffa razzìa. Il testo con i punti di programma fu allestito con Giavazzi, ancora sprovvisto di incarico a Palazzo Chigi, ma già operativo. Il professore della Bocconi non ha dimestichezza con la politica, non si confronta con i ministri, a eccezione del leghista non salviniano Giancarlo Giorgetti, però ha compreso che per modificare gli scaglioni Irpef e per la legge sulla Concorrenza, dopo le tensioni per la Giustizia, conveniva rimandare a settembre. Giavazzi non ha limiti di intervento, però non sempre interviene per decidere o sollecitare decisioni di Draghi. Spesso interviene per riaffermare il suo ruolo sottovalutato dai politici.


Giavazzi non ha selezionato i vertici di Ferrovie dello Stato, ma la designazione di Luigi Ferraris, l’amministratore delegato, è passata anche per un colloquio col professore: non l’aveva mai visto prima, gli serviva per vederlo dopo. E gli ambiziosi candidati per la Rai gli sono sfilati davanti, compreso il nuovo ad Carlo Fuortes. In altre circostanze è andato ben oltre la concreta testimonianza: la professoressa bocconiana Maria Chiara Mosca, commissario Consob appena insediato, è una scelta del governo, il governo Giavazzi. Il provvedimento che il Consiglio dei ministri ha adottato per bloccare le grandi navi a Venezia l’ha elaborato Giavazzi con i ministeri di Enrico Giovannini (Trasporti) e di Dario Franceschini (Cultura). E non l’ha fatto perché si intenda di grandi navi, ambiente o idrogeologia, ma perché era una sua vecchia battaglia e perché a Venezia, al quartiere Cannaregio, ha una casa e da quella casa ha percepito lo scempio troppo a lungo tollerato.


In cinque mesi e mezzo di governo, Giavazzi si è cimentato in ogni tema, certo, con intensità variabili, a volte per deliberare con e per Draghi, altre per istruire pratiche, altre ancora per studiare articoli di leggi. Giavazzi è un economista atipico perché ha una formazione di ingegnere. Draghi ha un atteggiamento autorevole per chi era abituato alle titubanze di Giuseppe Conte, è un po’ ruvido e parecchio esigente. Giavazzi è un tipo «capace di comandare senza mai dire una parola più forte dell’altra» (Primo Levi, “La chiave a stella”). La coppia si tiene perché ha trascorsi. Il passato rassicura Draghi.


Giavazzi c’era già negli anni Novanta al Tesoro a privatizzare e gestire il debito pubblico col direttore generale Draghi, c’era già al Mit di Boston e ci è rimasto con la sua capacità di fare carriera accademica americana e non perdere la dimensione americana senza allontanarsi troppo dalla borghesia milanese, la cattedra alla Bocconi, un consiglio di amministrazione, un governo di buone intenzioni, una intervista in tivvù, un editoriale sul Corriere e c’era già al fianco del professor Franco Modigliani: «Franco ha dedicato tutta la vita ai suoi studenti, a molte generazioni di studenti. Forse proprio per la sua convinzione», ha scritto nel centenario dalla nascita del premio Nobel, «che lo studio dovesse sempre potersi tradurre in azione di politica economica molti dei suoi studenti si impegnarono in questo campo. Il suo studente più conosciuto è certamente Mario Draghi». E l’altro è Giavazzi, un ultraliberista votato all’austerità estrema che si è gradualmente rassegnato agli interventi statali, più conteso dal centrosinistra che tollerato dal centrodestra, chiedere all’ex ministro Giulio Tremonti, e neanche poi tanto sopportato dai colleghi tecnici, chiamare Mario Monti che lo convocò per tagliare la spesa pubblica e l’amico Francesco cominciò a indicare gli incentivi alle imprese statali e il compito terminò così e mai s’è saputo in quale rogo sia finito quel piano. Giavazzi è lo stesso che tre anni fa preconizzava l’uscita dall’Euro in pochi mesi col governo gialloverde: «Vedremo un accentuarsi dei toni minacciosi verso il nemico esterno come hanno sempre fatto i populisti. Si individua un nemico, che sarà la Commissione europea o la Bce (c’era Draghi), George Soros, i mercati finanziari, e quindi si andrà avanti dicendo che l’incidente che accadrà e che ci porterà fuori dall’Euro non sarà colpa nostra. Questo è dove si finirà la primavera prossima». I vicepremier erano Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Loro hanno cambiato idea. Non il prof. E adesso ci governa sostanzialmente ignorandoli perché non si intromette nelle illogiche logiche politiche. Quello è il mestiere di Funiciello.


Marco Ferrante è autore di un imprescindibile ritratto di Giavazzi (il Foglio, 2005), in cui contò 14.000 caratteri nel suo curriculum. La versione attuale, disponibile per la Bocconi, si è spinta oltre i 21.000. Quello che ancora non è scritto, succede ora. Non fa curriculum. Fa governo.

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