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Così Roberto Cingolani ha sfidato l’ambientalista collettivo

Prima che divenisse il ministero della transizione ecologica (Mite) il vecchio ministero dell’Ambiente era spesso chiamato, scherzosamente ma mica tanto, il ministero degli Ambientalisti. I quali negli ormai 40 anni di storia di questo ministero hanno piano piano occupato diverse posizioni interne ed esterne al ministero anche nell’ampia galassia che da esso dipende. I ministri che si sono succeduti sono stati spesso digiuni delle minime conoscenze tecnico-scientifiche necessarie. Ma non digiuni di politica. E hanno subito imparato da che parte occorresse posizionarsi per non dovere andare contro vento. Mai scontrarsi con la lobby delle associazioni ambientaliste ed anzi assecondarle, sia nelle scelte politiche sia nelle scelte degli uomini. Perché quindi stupirsi se il ministero dell’Ambiente fosse divenuto il centro delle politiche del No, una specie di Triangolo delle Bermude dove si perdevamo anche i navigli più ardimentosi bloccati d’ogni sorta di divieto e dalla lungaggini senza fine.

Alla testa del neonato Mite è stato invece messo uno scienziato e manager, Roberto Cingolani, che di numeri e di tecnologie ben ci capisce. E che sembra anche dotato di quell’essenziale buon senso che pareva da tempo avere abbandonato quel ministero, dedito nell’ultimo periodo prevalentemente alla protezione dell’orso del Trentino. Un cambio di rotta radicale che ha portato inevitabilmente allo scontro con gli ambientalisti italiani, che hanno smesso di trovare orecchie supinamente compiacenti. E’ bastato, per cominciare, che il ministro nominasse la parola nucleare. Non per dire “costruiamo qualche centrale”, non sia mai, ma solo per segnalare le ricerche in corso e la necessità che l’Italia non si autoescludesse.

Forse non sapeva il povero Cingolani che il nucleare è per gli ambientalisti italiani più o meno che il dogma della Sacra Trinità. Un assunto indiscutibile e intoccabile, perché non sottoponibile a nessuna controprova fattuale. E’ così e basta. Altro che ambientalismo scientifico. Poi Cingolani ha avuto il coraggio, meglio dire la temerarietà, di ricordarci che mentre ci affannavamo in giro per il mondo per trovare approvvigionamenti alternativi al gas russo, sotto i mari italiani ve ne sono grandi quantità che almeno in parte sarebbe stato bene utilizzare, come fanno tutti i paesi rivieraschi, visto anche il loro minore impatto ambientale ridotto rispetto a quello di importazione. Apriti cielo. Secondo alcuni, incuranti dello stato energetico ed economico dell’Italia, al gas occorrerebbe proprio rinunciare domani stesso, anzi ieri, e anche l’attivismo di Cingolani (e dell’Eni) in giro per il mondo per assicurare il sistema energetico italiano sono comportamenti  imperdonabili.

Ma poi è arrivato il terzo peccato, il più grave. Avere definito la proposta di Elettricità Futura, supportata da buona parte del mondo ambientalista, non tutto per la verità perché una parte teme e denuncia l’impatto paesaggistico delle rinnovabili, di realizzare 60 GW di nuove rinnovabili in tre anni, come una proposta irrealizzabile. Una provocazione, utile forse per sollevare il problema, ma impossibile da mettere in pratica e di scarsa efficacia. Ora è bene ricordare che Cingolani sottolinea continuamente l’importanza delle rinnovabili e in pochi mesi sono state da lui introdotte semplificazioni alle procedure autorizzative più che nei 30 anni precedenti. Ma evidentemente non basta e soprattutto Cingolani tende a ricordare che con le rinnovabili si fa elettricità, ma che essa è solo il 21 per cento dei nostri consumi finali. E che per il resto andiamo a petrolio e a gas. Ma i numeri in questo dibattito sono una variabile di nessun conto.

Sono la fede e il sentimento ciò che fanno la differenza. I numeri un’altra volta. Realizzare 60 GW in tre anni significherebbe moltiplicare per 20 l’attuale ritmo di installazioni, affrontare i problemi di una catena di rifornimento dei materiali sempre più difficile e costosa, con aumenti già registrati del 20/30 per cento rispetto a un anno fa. Ma soprattutto la maggior parte di essi sarebbe collocate nelle regioni meridionali, con l’impossibilità di trasportare l’energia prodotta là dove si annidano le industrie energivore, cioè al nord. Come se non bastasse si aggiunge la richiesta per compensare l’intermittenza delle rinnovabili e la mancanza di connessioni da sud a nord con l’installazione di una bella quantità di batterie dal costo di qualche decina di miliardi che naturalmente dovrebbero essere messi in conto alle bollette italiane.

Ma alla fine queste sono quisquilie. Questioni tecniche che annoiano soprattutto quelle élite che hanno fatto dell’ambiente o un argomento di propaganda o un mezzo per rifarsi il trucco o per fare soldi a carico del contribuente. Molto più facile seguire le suggestioni di quell’ambientalista collettivo che fa il paio con il giornalista collettivo alimentandosi di reciproco conformismo. Farsi domande è più scomodo che trovare facili risposte. Cingolani ha la responsabilità di non essersi piegato a questo facile andazzo. Imperdonabile.

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