cosa-sappiamo-sulla-variante-lambda-di-sars-cov-2

Cosa sappiamo sulla variante Lambda di Sars-CoV-2

Fra le varianti emerse negli Stati Uniti c’è anche la Lambda. Isolata per la prima volta in Perù esattamente un anno fa (oggi è all’origine dell’82% delle infezioni), è particolarmente diffusa in Sudamerica, sta appunto facendo capolino sul versante settentrionale del continente e divide la comunità scientifica: alcuni esperti ritengono infatti che l’Organizzazione mondiale della sanità dovrebbe definirla come variante di preoccupazione e non semplicemente di interesse, come ha fatto alla metà di giugno.

Negli Usa il database internazionale Gisaid ne conta 1.060 casi – in Italia quelli ufficiali sono 13 – ma negli ultimi tempi si sono moltiplicati gli studi dedicati a comprenderne gli aspetti di trasmissibilità e di resistenza alla capacità neutralizzante dei vaccini.

Finora la variante Lambda (scientificamente nota come C.37), un lignaggio che conta una serie di ceppi differenti, è stata rilevata in 29 paesi, anche se ormai dovrebbero effettivamente essere una quarantina quelli che ne hanno registrato dei casi. Il Sudamerica ne sta conoscendo più da vicino gli effetti: in Cile è responsabile del 33% delle infezioni, in Perù della maggioranza e così via, dall’Ecuador al Messico. La prevalenza sembra in realtà scesa in molte aree del mondo, a favore della prorompente Delta. Fra le mutazioni, sette si concentrano nella celebre proteina spike, quella che il patogeno utilizza per legarsi ad alcuni tipi di cellule umane.

Tre, in particolare, si legherebbero a una possibile maggiore trasmissibilità e alla capacità di sfuggire all’immunità indotta dai vaccini. Le prime due sono T76I ed L452Q. La seconda, come L452R per la Delta, aumenterebbe in particolare l’affinità alla proteina recettore umana ACE2. La terza è RSYLTPGD246-253N: è collocata nel dominio N-terminale della S e potrebbe consentirle – come sembrava provare uno studio giapponese diffuso qualche giorno fa in prestampa e privo di revisione fra pari, a cui il magazine tedesco Der Spiegel aveva dato molta, forse troppa rilevanza – di sfuggire in gran parte agli anticorpi neutralizzanti frutto della reazione indotta dai vaccini. C’è poi un’altra variante, nota come F490S, che anche in questo caso le conferirebbe la capacità di schivare in parte gli anticorpi.

L’ultima indagine è appunto quella dell’università di Tokyo. Di qualche giorno prima, invece, è un altro studio della scuola di medicina di New York Mount Sinai nel corso del quale il siero di 76 persone vaccinate con i vaccini Moderna o Pfizer-Biontech è apparso neutralizzare le cellule virali in diverse varianti, tra cui l’Alpha, la Beta, la Delta, la Iota e appunto la Lambda. In effetti quest’ultima ha prodotto una maggiore riduzione dell’efficacia (4,6 volte), più della Beta, anche se a ben vedere l’indagine aveva messo alla prova una sottovariante con ulteriori 84 mutazioni rispetto alla C.37. Non si sa insomma quanto davvero quello studio sia utile a fornirci indicazioni precise. In ogni caso, tutti i sieri hanno mantenuto un’attività di neutralizzazione almeno parziale anche contro questa sottovariante. La sua capacità di eludere i vaccini dovrebbe insomma configurarsi solo nello scenario più grave.

Per questo, fra l’altro, è fondamentale vaccinarsi rapidamente e senza esitazioni: più indeboliamo la circolazione del virus più tagliamo la possibilità che si sviluppino varianti, perché diminuiamo i soggetti suscettibili all’infezione. Un altro studio relativo alla Lamba, del 19 luglio e firmato dalla Grossman School of Medicine della New York University, ha infine mostrato come Lambda potrebbe bucare i vaccini a singola dose, nello specifico quello sviluppato da Johnson & Johnson. Modesta invece la resistenza nei confronti di Pfizer e Moderna. I vaccini a mRna sembrano dunque continuare a fare efficacemente il loro lavoro, nonostante siano stati sviluppati a partire dalla configurazione di un virus che è ormai molto diverso da quello emerso a fine 2019 a Wuhan, in Cina.

In effetti, se Lambda non sembra poter scalfire la prevalenza della Delta come quest’ultima ha fatto con la variante Alpha (ex inglese), è ad esempio vero che in Sudamerica c’è stato ampio uso di vaccini cinesi CoronaVac, meno efficaci in particolare sul fronte del contagio (in Cile, ad esempio, intorno al 65,9%, mentre si stimano molto utili per ridurre ricoveri e decessi, rispettivamente all’87,5 e al 90,3%). Il quadro è dunque molto diverso da quello americano o europeo.

Al di là di ogni variante, l’importanza della vaccinazione è dunque assoluta: ci aiuterà a procedere verso la fase dell’endemizzazione, che al momento rimane tuttavia lontana. Prova ne è l’emersione di varianti con determinate caratteristiche di virulenza: «La fase endemica – ha spiegato all’Ansa il virologo Francesco Broccolo dell’università di Milano Bicocca –  è quella in cui si attende la comparsa di un virus molto trasmissibile, ma poco virulento. I dati indicano infatti che stanno ancora facendo la loro comparsa varianti con un elevato potenziale infettivo in grado di eludere gli anticorpi e che non vi è ancora una stabilizzazione dei nuovi casi».

LEGGI ANCHE

Una nuova guida alle notizie false sui vaccini anti-Covid dall’Istituto Superiore della Sanità

LEGGI ANCHE

Terza dose di vaccino per gli immunodepressi. Cosa sappiamo sulla decisione italiana

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *