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Cosa c’entra il futuro di Draghi al Quirinale con il futuro del Trattato del Quirinale

Quirinale, già: alla fine si torna sempre lì. Si torna lì, al Quirinale, per il discorso non demagogico con cui Mario Draghi, due giorni fa, nel corso di una conversazione molto spigliata con i ragazzi di Save the Children, ha di fatto lanciato la sua candidatura al Colle, non con uno speech ingessato ma con una chiacchierata ottimista e razionale con cui il presidente del Consiglio ha ammesso di essere anche lui alla ricerca di una strada per il suo domani, “tutti cerchiamo la strada, anch’io la sto cercando”, e con cui il capo del governo ha parlato di futuro ai giovani offrendo loro una versione molto edulcorata delle sue idee economiche: non c’è crescita di una comunità senza rispetto dell’individuo, “voglio ricordarvi che voi siete la cosa più importante che avete, siete voi la cosa che conta di più, se vi sentite coinvolti”, ha detto Draghi compiendo un passetto in avanti ulteriore in una attività in cui ormai si è specializzato: mettere insieme culture diverse, far convivere ideologie contrapposte, far vivere all’interno di un’unica dimensione il rispetto dello stato (o se volete della comunità) e il rispetto del mercato (o se volete dell’individuo). Draghi si candida dunque al Quirinale dopo essersi rifiutato per diverse volte di smentire pettegolezzi sul suo futuro al Colle (Campari?) e la sua candidatura arriva in un momento in cui il Quirinale fa notizia anche per un’altra ragione non del tutto scollegata con il futuro del presidente del Consiglio: il trattato del Quirinale.

 

Il trattato del Quirinale è un accordo di cooperazione rafforzata che verrà firmato al Quirinale domani mattina alle 9 tra il presidente francese, Emmanuel Macron, e il presidente italiano, Sergio Mattarella, e viene così descritto dai diplomatici francesi: “E’ un accordo che punta a stabilizzare il rapporto a lungo termine tra Italia e Francia dotandolo di un insieme di solidi meccanismi di consultazione e cooperazione utili a rafforzare il nostro quadro di consultazione nel campo degli affari esteri ed europei nel settore della difesa e della sicurezza”. Dal punto di vista tecnico, a quanto si legge in un appunto riepilogativo sul Trattato consultato ieri dal Foglio, l’accordo permetterà di creare un forum economico interministeriale permanente, di avere un comitato di cooperazione transfrontaliera,  di mettere in piedi programmi congiunti di sostegno sull’innovazione tecnologica e la mobilità degli artisti, di costruire una cooperazione rafforzata al nostro confine tra le forze di polizia e di creare un meccanismo di collaborazione preventiva, simile a un patto di consultazione bilaterale, non così distante da quello che esiste oggi tra Francia e Germania. I professionisti del complotto non mancheranno di far notare che il Trattato non rafforza solo Draghi in Europa ma rafforza prima di tutto il ruolo della Francia in Europa, che da giovedì sarà l’unico paese europeo a poter beneficiare contemporaneamente di due patti di cooperazione rafforzata (uno fortissimo con la Germania, che risale ai tempi di Aquisgrana, e uno nuovo con l’Italia). Ma il dato interessante che riguarda la trasversalità di Draghi è la non contrarietà alla firma di questo patto di uno dei partiti teoricamente più distanti dallo spirito del Trattato: la Lega.

 

Lunedì scorso, in una intervista al Corriere della Sera, il vicesegretario della Lega, Lorenzo Fontana, ha elogiato lo sforzo del governo di creare un patto speciale con la Francia e ha salutato con favore la firma anche per una ragione geopolitica: “Dobbiamo avere chiaro che nell’area del Mediterraneo si manifesteranno sempre più gli interessi di potenze emergenti e aggressive”. Conseguenza del ragionamento: per proteggere gli interessi dell’Italia scommettere su un sovranismo europeista è più conveniente che scommettere su un sovranismo nazionalista.  Mettere insieme culture diverse, far convivere tra loro ideologie contrapposte e trovare un nuovo equilibrio tra singoli (o se volete stati) e comunità (o se volete istituzioni sovranazionali). In attesa di trovare la strada giusta per arrivare là dove Draghi vuole arrivare il futuro del premier forse passa anche da qui. Quirinale, già: alla fine si torna sempre lì.

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