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Con tutte queste sberle fino a quando Salvini subirà la Lega di governo?

Lo prende a schiaffi praticamente ogni giorno, indica un orizzonte costantemente alternativo, offre una visione del mondo esplicitamente agli antipodi eppure, a sei mesi dalla nascita di questo governo, c’è un piccolo miracolo politico che merita di essere studiato ed è quello che riguarda una particolare forma di sindrome di Stoccolma: quella vissuta da Matteo Salvini nei confronti di Mario Draghi.

Fino a oggi, nonostante la narrazione offerta spesso dal Pd, che tende a raffigurare Draghi come un uomo genuinamente di destra, più in simbiosi con l’agenda economica della Lega che con quella del Pd, il rapporto tra Draghi e Salvini è stato simile a quello descritto nei manuali di psicologia, alla voce appunto sindrome di Stoccolma, ed è difficile negare che Salvini si trovi nello stato di una vittima che “avverte un sentimento di simpatia, empatia, fiducia, attaccamento e persino amore nei confronti dell’aggressore”. Salvini si specchia in Draghi e vede un volto che non è il suo negli stessi istanti in cui la Lega più di governo specchiandosi in Draghi vede un volto che invece le somiglia più di quanto non le somigli il volto di Salvini. 

La sinistra tende a non accorgersene ma la storia di questi sei mesi di governo è una storia in cui gli schiaffi rifilati da Draghi a Salvini sono non inferiori a quelli rifilati dallo stesso Draghi al M5s (e forse persino superiori). La prima sberla ricevuta da Salvini – una sberla con i guanti fa meno male ma sempre sberla è – risale al giorno del discorso di insediamento del presidente del Consiglio, quando il capo del governo, nell’ordine, ha rifilato due schiaffi sonori al salvinismo.

Schiaffo numero uno, elogio della moneta unica: “Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro”. Schiaffo numero due, condanna del nazionalismo: “Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere”. La seconda sberla ricevuta da Salvini, prima di arrivare alle sberle di questi giorni, risale ai primi giorni di maggio, quando Draghi ha risposto alle parole del leader della Lega sull’immigrazione affermando che l’Italia sarebbe dovuta ripartire dagli accordi di Malta (cosa che Salvini non voleva), che l’Italia sarebbe dovuta ripartire dal tema della ripartizione dei migranti in Europa (cosa che Salvini non voleva) e arrivando in modo esplicito a prendere a sportellate la dottrina nazionalista ricordando che non esiste politica sull’immigrazione che non parta da alcuni capisaldi chiari: “Nessuno deve essere lasciato solo nelle acque territoriali italiane. Riteniamo il rispetto dei diritti umani una componente fondamentale di qualsiasi politica sull’immigrazione”. La terza sberla sonora rifilata a Salvini, da parte di Draghi, risale ai giorni in cui Draghi ha fatto valere i famosi contratti con AstraZeneca quando ha scelto di bloccare le esportazioni di alcuni lotti di AstraZeneca dall’Italia all’Australia, agendo grazie alla forza derivatagli non dal sovranismo nazionalista ma dal sovranismo europeo, essendo stata quella mossa concordata non solo con i ministri del governo ma insieme con tutti i paesi dell’Unione europea. La quarta sberla sonora rifilata a Salvini, da parte di Draghi, risale ai giorni in cui Draghi prima ha preso a sberle l’agenda orbaniana, sul tema dei diritti, e poi ha ricordato quanto sia stato pericoloso essersi avvicinati all’agenda Trump sui temi di politica estera – a giugno Draghi ha ricordato nel corso di un G7 quanto Trump abbia “indebolito” il processo di riaffermazione delle alleanze degli Stati Uniti nel mondo, con tanti saluti agli amici di Bannon. La quinta sberla sonora ricevuta da Salvini risale a metà aprile, quando il presidente del Consiglio, dopo numerose critiche rivolte dal leader della Lega al ministro della Salute Roberto Speranza, ha detto testuale in conferenza stampa che “le critiche al ministro Speranza non sono né fondate né giustificate”. Sberle Draghi le ha mollate anche questa estate, quando, al contrario di quanto chiesto dalla Lega, ha scelto per fortuna di non riaprire le discoteche. Sberle Draghi le ha mollate anche quando ha parlato di vaccini, e tutti ricorderete quando il premier ha strigliato in modo sonoro Salvini, convinto che gli under 40 non debbano vaccinarsi, arrivando a dire che chi, come Salvini, non invita tutti a vaccinarsi sta invitando i cittadini a morire: “L’appello a non vaccinarsi è un invito a morire”. E sberle Draghi le ha mollate anche a proposito di green pass – Salvini non lo voleva, Draghi sì, Salvini ha fatto votare contro in Parlamento e il giorno dopo Draghi ha detto di essere pronto a estenderne ancora l’utilizzo.

 

Da sei mesi a questa parte, Salvini, mentre si riflette in Draghi, si accorge di quanto la sua agenda sia al fondo incompatibile con quella di Draghi, eccezion fatta per alcune nomine fatte da Draghi in discontinuità con il governo precedente, ma nonostante questo, e qui vi è il dato interessante, da sei mesi a questa parte il centrodestra, nell’attività quotidiana, green pass a parte, è la coalizione che ha scelto di offrire un maggior sostegno pratico all’agenda Draghi. Un po’ perché Salvini sa che sostenere Draghi con convinzione è il modo migliore per creare problemi alla maggioranza rossogialla. Un po’ perché Salvini ha capito che gli azionisti di maggioranza della Lega oggi tendono a identificarsi più con l’agenda Draghi che con quella Salvini e a trovarsi più a loro agio con una Lega che, tramite Giorgetti, riesce a portare al governo le istanze dei governatori della Lega che con una Lega che, tramite Salvini, riesce a portare in Parlamento le istanze dei Borghi e dei Bagnai. La Lega che Salvini guida al governo è una Lega che certamente Salvini rappresenta ma è una Lega che Salvini più che guidare tende a subire. E più passerà il tempo e più Salvini sarà costretto a rispondere a una domanda dalla risposta non scontata: continuare ad andare avanti così, impegnando il suo partito a dare un sostegno forte all’agenda di un presidente del Consiglio che Salvini subisce, o trovare un’occasione buona per tornare a essere quello di sempre. E’ la sfida della Lega, ma è anche la sfida dell’Italia. Tic tac tic tac.  

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