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Come la bussola del Covid ci indica le leadership che avranno un futuro

Fra le molte trasformazioni forzose indotte dalla drammatica stagione pandemica ce n’è una poco studiata che non riguarda i cambiamenti economici prodotti dalla convivenza con il Covid-19 e non riguarda neppure le accelerazioni prodotte nella ricerca scientifica, ma riguarda un aspetto apparentemente meno importante delle nostre vite che coincide con un dato politico che a ben guardare risulta particolarmente interessante: l’impatto del Covid-19 sulle grandi leadership politiche. E la domanda che vale la pena porsi oggi, affrontando questo tema, può essere più o meno questa: due anni dopo l’inizio della pandemia, quali sono le leadership che all’interno di un contesto problematico come quello vissuto negli ultimi ventiquattro mesi risultano essere parte dei problemi e quali invece sono le leadership che risultano essere parte delle soluzioni dei problemi? Rispetto a queste domande, e guardando alle democrazie per così dire mature, si possono fare alcune considerazioni che hanno una valenza trasversale. 

La prima considerazione riguarda il crollo dell’immagine del così detto uomo forte. In diverse occasioni la pandemia ha contribuito a dimostrare una verità che oggi appare inconfutabile: i guai di un paese si possono risolvere solo attraverso la cooperazione e a fare la forza di uno stato non è dunque la potenza di un leader ma è al contrario la capacità che ha ciascun leader di costruire alleanze sovranazionali tali da rendere il proprio paese meno vulnerabile alle minacce esterne. La pandemia ha reso evidente che le leadership deboli sono quelle che tendono a isolarsi alzando muri, veri o metaforici che siano, e ha contribuito a trasformare il multilateralismo delle leadership in una parte della soluzione dei problemi.

In politica, non sempre ciò che è necessario è anche sufficiente, questo è ovvio, ma la fotografia del potere di oggi ci dice qualcosa di interessante su alcuni processi di trasformazione che sono in corso nelle leadership mondiali. Ci dice che nel mondo progressista le leadership che si stanno andando ad affermare sono leadership che si presentano con caratteristiche molto diverse dalla stagione dominata dall’uomo forte e sono leadership soft che puntano prima di tutto sulla ricerca da parte degli elettori di affidabilità, di ordine e di normalità. Sono leadership come quella di Joe Biden in America, come quella di Keir Starmer in Inghilterra, come quella di Enrico Letta in Italia, come quella di Olaf Scholz in Germania e sono leadership aggreganti, caratterizzate da un’identità che nasce in reazione a qualcosa: o in reazione a una forma di isteria politica precedente o sulla base della ricerca di una continuità soft con il passato di un paese.

Le leadership democratiche che stanno emergendo in giro per il mondo sono molte e sono leadership che a parte una generica attenzione per la transizione ecologica non condividono un progetto o un sogno comune, ma tutte hanno saputo intercettare il crollo verticale delle leadership dei partiti di destra che durante la pandemia hanno via via ceduto ai propri rivali l’egemonia su due parole chiave che oggi appaiono essere lontane anni luce dalla sfera di influenza della destra mondiale: sicurezza e libertà. E qui arriviamo a un’altra utile considerazione, forse la più delicata, che riguarda un morbo che ha corroso gran parte delle destre mondiali, incapaci di vaccinarsi fino in fondo contro il più pericoloso dei virus politici di questa stagione: il complottismo. Non tutte le destre hanno affrontato la stagione pandemica giocando con il complottismo, ma è un fatto che le realtà politiche che hanno fatto più fatica a governare, in ambito sanitario, il complottismo che loro stesse avevano contribuito ad alimentare in altri campi sono quelle che negli ultimi anni hanno fatto di tutto per demonizzare tutto ciò che sta aiutando da mesi il mondo a fare un passo lontano dalla pandemia (la destra oggi o è radicale o è situazionista e solo in Giappone i conservatori al potere sono quelli di una volta).

Non è un caso che per molto tempo gli stati americani meno propensi a farsi vaccinare siano stati quelli maggiormente vulnerabili alla retorica trumpiana (la vera libertà è lottare contro l’establishment, non lottare contro la pandemia). Non è un caso che per molto tempo le regioni tedesche meno propense a farsi vaccinare siano state quelle maggiormente vulnerabili alla retorica dell’AfD (la vera libertà è lottare contro l’Europa, non lottare contro il Covid-19). Non è un caso che i conservatori di Boris Johnson considerino le restrizioni introdotte dal loro primo ministro come un tradimento dei valori conservatori (la vera libertà è lottare contro lo stato impiccione, non lottare contro il Covid-19). E non è un caso che gli antieuropeisti di destra per proteggere i propri cittadini siano costretti a contraddire sé stessi (dopo essere uscita lo scorso maggio dalla strategia dell’Unione europea sui vaccini, pochi giorni fa l’Ungheria di Orbán ha fatto marcia indietro ed è rientrata nel meccanismo comunitario di acquisto comune dei vaccini, non fidandosi più di acquistare vaccini non riconosciuti dall’Ema come lo Sputnik e il Sinopharm).

Le leadership di sinistra che emergono sono quelle che traggono profitto dagli errori degli avversari (un tempo la destra, avendo trasformato l’emergenza immigrazione nel problema numero uno delle nazioni, aveva il predominio sulla difesa della sicurezza e della libertà, oggi la sicurezza e la libertà sono due concetti direttamente collegati alla capacità di ciascun paese di reagire con prontezza alla minaccia del Covid, e le destre più estreme fanno fatica a essere percepite come le più affidabili su questo terreno). Le leadership di destra che resistono (non è solo un caso che al Consiglio europeo il leader di destra più importante in questo momento sia il premier greco: tutti gli altri grandi paesi d’Europa sono guidati da partiti di famiglie diverse) sono quelle che hanno il coraggio di sfidare la retorica che loro stesse hanno alimentato (e in fondo la Lega, pur con mille capriole, oggi, essendo schierata a favore del green pass e dei vaccini, è un piccolo esempio di come un partito di destra per essere dalla parte del buon senso debba combattere prima di tutto contro il complottismo che ha contribuito a disseminare sul terreno della politica).

E in questo quadro in continuo movimento due figure come quelle di Mario Draghi e di Emmanuel Macron sono interessanti da osservare per una caratteristica che mese dopo mese la pandemia ha reso sempre più necessaria: il metodo bipartisan dei due modelli di leadership, la loro capacità di parlare contemporaneamente a elettori di destra e di sinistra, la loro abilità a mettere l’uomo forte al servizio del multilateralismo e la loro capacità di trasformare la terza via della trasversalità nell’equivalente di quella che un tempo si sarebbe chiamata “la forza tranquilla della ragione”. La pandemia ha ridisegnato i confini delle leadership. E se è ancora difficile mettere a fuoco quali sono i modelli di successo (non lo è di certo Biden, in questa fase, assediato anche all’interno del suo stesso partito) forse può essere utile inquadrare quali sono i paletti che permettono di identificare una leadership che si ispira alla forza tranquilla della ragione e una che si presenta invece di fronte agli elettori con l’immagine poco tranquilla dell’irresponsabilità complottista.

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