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Chi voterà e chi non voterà il Pd

Che cosa emerge dalle ultime rilevazioni sulle preferenze elettorali delle classi sociali in vista delle elezioni politiche.

 

Grande allarme nel seminario a porte chiuse che si è svolto, in questi giorni, al Nazareno. A tenere le fila era stato Gianni Cuperlo, del Pd, sostenuto da una batteria di esperti chiamati al capezzale del malato: quell’elettorato che, in Italia, mostra sempre più segni di insofferenza. Forte volatilità nelle decisioni di voto, ma soprattutto una forte predilezione per l’astensione. L’arma che, nelle ultime amministrative, ha fatto vincere la sinistra. Ma che alle politiche si vedrà. Perché quell’onda è tutt’altro che ritornante. Anzi secondo Federico Fornaro di Leu, ma anche analista dei flussi elettorali, è massima quando si vota per le amministrative, con una prevalenza per le regionali, ma si riduce quando in gioco sono le sorti politiche del Paese.

Lo schema generale indicherebbe, come nel De Bello gallico di Cesare, una tripartizione: un 40 per cento di elettori fedeli al proprio credo politico, un 20 per cento di astensionisti incalliti ed un altro 40 per cento di elettori intermittenti, che decidono all’ultimo non solo a chi dare il voto, ma se recarsi o meno alle urne. Analisi più paludate, come quelle condotte da Luca Comodo (Ipsos), Lorenzo Pregliasco (YouTrend) e da due docenti universitarie (Donatella Campus e Marta Regalia) hanno cercato di precisarne meglio la dimensione. Le elaborazioni statistiche oscillano tra 30 e 45 collegi per la Camera e tra 20 e 30 per il Senato. Percentuali più che rilevanti.

La riduzione del numero dei parlamentari ha portato a 400 il numero dei deputati e a 200 quello dei senatori (articoli 56 e 57 della Costituzione). A questo numero è necessario sottrarre 8 deputati e 4 senatori, che sono eletti all’estero. Tenendo conto di questa platea, il tasso di indeterminazione, dovuto alla presenza degli astensionisti, oscillerebbe pertanto tra l’8 ed il 12 per cento alla Camera e tra il 10 ed il 15 per cento al Senato. Percentuali destinate ad incidere profondamente sui destini di qualsiasi possibile maggioranza parlamentare. Per avere un termine di paragone, basti pensare che, secondo gli ultimi sondaggi, il più forte partito politico italiano, vale a dire il Pd, avrebbe una forza pari al 21 per cento degli elettori.

Se si considera che la riduzione del numero dei parlamentari fu fortemente voluta dai 5 stelle e colpevolmente assecondata dalle altre principali forze politiche italiane, si possono comprendere, con il senno del poi, i guasti di quella scriteriata decisione. Essa era volta esclusivamente a punire una vecchia casta per consentire la “resistibile ascesa”, avrebbe detto Bertolt Brecht, ad una massa di parvenu di calcare le scene del potere. Il risultato di tutto ciò, insieme ad un risparmio irrisorio di risorse pubbliche, sarà da un lato l’ulteriore decadimento delle istituzioni democratiche, vista l’incapacità dimostrata nel portare aventi le riforme ch’erano conseguenti a quella decisione, unito ad una più generale ed incontenibile aumento del tasso di ingovernabilità del Paese. A causa del maggior peso relativo delle possibili astensioni.

Che questo piccolo capolavoro colpisse i dirigenti del Pd era nelle cose. La riforma costituzionale era passata anche grazie alla loro improvvida decisione di votare a favore, dopo averla giustamente osteggiata nelle precedenti votazioni. Difficile valutare se si sia trattato di un “incubo”, come ha scritto La Repubblica, ma certo le preoccupazioni sono giustificate. E destinate, in qualche modo, ad aumentare nel tentativo di fare la radiografia del proprio bacino elettorale. Cosa che, in passato, aveva già dato luogo a polemiche infinite: il Pd della Ztl, come si diceva, per indicare il favore incontrato dal partito soprattutto tra i ceti abbienti delle grandi metropoli italiane.

In effetti i dati forniti durante il seminario hanno finito per confermare questa visione. L’elettore tipo del Pd è sempre più un soggetto appartenente alla media-alta borghesia. Laureato o comunque in possesso di un titolo di studio superiore. Soprattutto quadri, impiegati ed insegnanti. E poi un buon numero di studenti, che hanno un peso più o meno equivalente (oltre il 30 per cento) a quello dei pensionati. La vecchia guardia di una volta, quando la sinistra superava il 30 per cento dell’elettorato italiano. E gli operai? Sono più o meno scomparsi: solo il 9,1 per cento, dice Ipsos. Preferiscono la Lega, con il 30,9 per cento o Fratelli d’Italia con il 19,8. Una mutazione genetica, sulla quale vale la pena riflettere.

Alla fine, quindi, anche il vecchio Cipputi si è ribellato e varcato il Rubicone. Ma lo ha fatto a causa delle sue diverse condizioni materiali. A differenza di altri ceti sociali è lui che produce direttamente quel surplus, la cui successiva redistribuzione consente poi, al sistema, di funzionare. Può sembrare una forzatura ideologica, se questa diagnosi non fosse supportata da dati di fatto incontrovertibili. Nello spazio di dieci anni, in pratica dalla grande crisi dello spread italiano a 575 punti base (2011), l’economia del Paese ha cambiato pelle. In passato i nostri equilibri dipendevano dai prestiti concessi dall’estero che, in quegli anni, avevano quasi raggiunto il 25 per cento del Pil. Segno evidente di un Paese che viveva al di sopra delle proprie possibilità: consumava troppo e produceva poco. Per cui le importazioni superavano le esportazioni.

Nel 2023, se le cose andranno come previsto dalla Commissione europea, l’Italia sarà invece il terzo Paese (dopo Germania ed Olanda) a concedere crediti verso l’estero, con una percentuale superiore all’11 per cento del Pil. Un balzo, in dieci anni, pari ad oltre 35 punti di Pil. Che non è caduto dal cielo, ma è stato conseguenza dei grandi sacrifici di un intero popolo. La cui avanguardia tuttavia – le maestranze dell’industria – ne è stata la principale artefice. SI deve a loro se le esportazioni sono aumentate fino al punto di colmare il precedente gap, per poi trasformarsi in un surplus consistente. Vendite che hanno superato gli acquisti, consentendo quindi di ripagare i vecchi debiti ed andare a credito nei confronti degli antichi finanziatori.

A questo nuovo ceto di produttori non servono le fumisterie ideologiche. Hanno, invece, bisogno di veder riconosciuto il proprio ruolo con il corollario di necessarie riforme. Una soprattutto: quella fiscale che consenta loro di guardare con minore apprensione al proprio futuro e quello della propria famiglia. Ed ecco allora il perché di una diversa preferenza politica. Stanno con chi punta sulla crescita e lo sviluppo del Paese, non certo con chi propone il reddito di cittadinanza. Lo stesso Pd vorrebbe smarcarsi da questa prospettiva, ma poi la realpolitik ed il richiamo della giungla finisce per bloccarlo in un’infinita mediazione. Che va bene ai rassegnati ed ai Neet (Neither in Employment or in Education or Training): ma non a chi si danna tutti i giorni per sbarcare il lunario.

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