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Che cosa succede al sistema elettrico francese

Il sistema elettrico della Francia non è in grado di soddisfare la domanda nazionale di energia, cresciuta per via del freddo, e non riesce a esportare. Tutte le conseguenze per l’Italia e non solo. L’analisi di Sergio Giraldo

Con l’arrivo del freddo stiamo assistendo a quanto avevamo previsto qualche mese fa, ossia alle gravi difficoltà del sistema elettrico francese nel soddisfare la domanda interna di energia. A causa dei ritardi nel ripristino degli impianti nucleari, Electricité de France non riesce a produrre abbastanza energia per esportare verso i paesi vicini come accadeva di solito. Anzi, la Francia non ha neppure sufficiente energia da mettere a disposizione dei consumatori interni. Da tempo ormai il paese transalpino è un importatore netto di energia elettrica, ma non era quasi mai accaduto che importasse contemporaneamente da tutte le frontiere elettriche (Germania, Svizzera, Spagna, Gran Bretagna, Belgio e Italia), cosa che invece sta accadendo in questi giorni.

La questione tocca da vicino l’Italia: fatta eccezione per qualche ora qua e là, nei giorni tra il 6 e l’11 dicembre scorso il nostro Paese ha stabilmente esportato energia non solo verso la Francia, ma anche verso la Svizzera, altro paese da cui di solito l’Italia importa.

Su un periodo annuale, l’Italia è importatrice netta da ambedue queste frontiere, ed è grazie a questo che il sistema elettrico italiano riesce a bilanciare il proprio carico: l’acquisto dall’estero infatti soddisfa circa il 13% del fabbisogno nazionale. Ma in questi giorni freddi, la Francia deve appoggiarsi ai paesi confinanti, risultando in deficit verso sistemi elettrici nei confronti dei quali di solito è in netto surplus energetico, come quello italiano e quello svizzero.

Il nostro paese, nei sei giorni considerati, ha esportato verso la Francia circa 88 gigawattora di energia elettrica, da lì importandone solo 9,2 (saldo netto Italia +78,8 GWh). Verso la Svizzera, l’Italia ha invece esportato ben 133 GWh, importandone solo 18 (saldo netto Italia +115 GWh). L’energia italiana che transita in Svizzera finisce però anch’essa in Francia: sempre nel periodo tra il 6 e l’11 dicembre, la Confederazione ha infatti fornito alla Francia 174 GWh, da lì importandone 73 (saldo netto CH +101 GWh).

Il totale dell’export italiano sulla frontiera franco-svizzera, quindi, è di 221 GWh in sei giorni (saldo netto sulla frontiera 193,8 GWh). Quantità notevoli. Occorre chiarire che l’export si attiva perché le condizioni di prezzo lo consentono, anzi lo impongono. Gli algoritmi che compilano l’ordine di merito portano ad un esito di prezzi alti oltre la frontiera, dato lo squilibrio domanda-offerta esistente in Francia. È dunque normale che la produzione elettrica delle zone di confine si attivi, ovviamente con prezzi vantaggiosi. A titolo indicativo, considerando i prezzi del gas, il costo dei permessi CO2 e i prezzi orari dell’energia in zona Nord, il margine unitario ottenuto dai produttori dovrebbe essere compreso tra i 42 e i 48 €/MWh.

Un sommovimento, questo, che avevamo previsto senza particolari doti divinatorie, ma solo considerando i piani di rimessa in esercizio degli impianti nucleari francesi di settembre. Il piano di allora era sovrastimato, tanto che la stessa EdF lo aveva rivisto al ribasso a metà ottobre. Nella nuova versione del programma risaltava però la mancanza di almeno 5.000 MW di potenza proprio in questo periodo, sino alla metà di febbraio. Con il primo vero freddo, il problema è emerso, anche perché in Francia il tetto alle bollette voluto dal Presidente Emmanuel Macron non disincentiva il consumo delle famiglie, per cui la domanda è in crescita mentre l’offerta arranca. Quello che avevamo chiamato il buco nero franco-tedesco inizia a manifestarsi. Gli effetti si vedono anche sui prezzi assurdi che si stanno registrando in Gran Bretagna, dove in qualche ora si sono visti prezzi oltre i 5.000 €/MWh.

Le variabili in gioco sono moltissime, a cominciare dalla presenza di vento in Germania, che influenza la produzione eolica di quel paese e lo rende quindi in grado, o meno, di soddisfare la domanda interna e di conseguenza di esportare verso la Francia.

Ora però, seppure la Francia necessiti di assorbire energia dai paesi confinanti per non andare in blackout e seppure per farlo paghi fior di quattrini come abbiamo visto, ciò si scontra con la necessità di risparmiare gas.

L’energia inviata oltre confine non è, appunto, destinata al consumo italiano, ma estero, e gli impianti che producono l’energia elettrica in Italia sono quasi esclusivamente quelli a gas naturale. Dunque, è vero che l’esportazione è vantaggiosa per gli operatori, ma quando questa si attiva innesca un consumo di gas a fini termoelettrici che non ci sarebbe, se la Francia fosse in equilibrio o addirittura esportasse la sua energia nucleare. Per capirsi: la mancata produzione nucleare francese si traduce in consumo di gas in Italia. Per quei 221 milioni di kilowattora inviati in Francia e Svizzera i produttori hanno utilizzato circa 42 milioni metri cubi di gas.

Questo confligge con il piano di risparmio imposto dall’Unione europea, che invece richiede una riduzione dei consumi. Il precedente governo ha emesso addirittura un decreto legge per richiamare in esercizio vecchi impianti a carbone per evitare di consumare gas a fini termoelettrici e c’è un piano di risparmio di gas che grava su famiglie e imprese. Ora però consumiamo quel gas che pensavamo di avere risparmiato, per dare energia elettrica alla Francia. Ecco cosa intendevamo parlando di buco nero franco-tedesco: il consumo francese assorbe risorse oltre i confini e squilibra il continente, mentre la volatilità della disponibilità eolica tedesca rende massima l’incertezza.

Il sistema elettrico continentale è di fronte a una prova epocale, a un passo dal buio ed ancora una volta, data l’intollerabile retorica dei mediocri passacarte di Bruxelles, non si può fare altro che sperare nella mitezza dell’inverno.

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