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Bonus, tasse, incentivi green: così la manovra pare di sinistra – Matteo Milanesi

Nella giornata di ieri, ne abbiamo avuto l’ennesima prova: i liberali al governo sono quasi inesistenti. E, forse, non esisteranno mai. La manovra del nuovo esecutivo di Giorgia Meloni doveva segnare il netto distacco tra una sinistra keynesiana e statalista, rispetto una destra sì con tratti conservatori, ma che alla fine si sarebbe fatta portatrice della tanto osannata (ma mai compiuta) “rivoluzione liberale“.

E invece no. Al primo banco di prova, Palazzo Chigi sembra essersi voltata dall’altra parte, in continuità con le operazioni economiche degli ultimi anni, composte da bonus e mancette, senza una visione d’orizzonte fondata su tagli di tasse. Tenetevi forte, perché quello che andremo a scrivere sarebbe stato degno di un governo giallorosso, per esempio, magari con una stampella fatta dal gruppo dei Verdi, visto che anche in quest’ultima manovra spunta come un dogma la componente green. Ma partiamo.

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La manovra dei bonus

Il governo Meloni ha deciso di prorogare una quantità di bonus mastodontica. Dal bonus mobili al bonus psicologo, fino ad arrivare al bonus 50 per cento per chi vorrà comprare una casa ecosostenibile e concludere con la proroga del superbonus 110 per cento. Anche 18App non sarà soppressa totalmente, ma verrà scomposta in due nuove carte cultura per i diciottenni: la Carta del Merito e la Carta della Cultura Giovani, per una somma che arriverà a toccare punte di 230 milioni di euro.

Ma non finisce qui. Tra gli altri provvedimenti ultra-statalisti spunta l’aumento delle pensioni minime per gli over75, l’applicazione di tasse su extraprofitti, fino ad arrivare al flop dei flop: saltano infatti le rottamazioni delle cartelle esattoriali, inferiori a 1000 euro, dal 2000 al 2015 (più specificatamente, sono prorogate di due mesi, dal 31 gennaio al 31 marzo ’23) e la norma sul tetto di 60 euro per il pagamento con Pos. Ciò vuol dire che ritornano le multe ai commercianti che rifiutano di accettare pagamenti con carte e bancomat.

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Cosa non va nella manovra

Insomma, non un euro di riduzione di tasse, non un euro di riduzione della spesa pubblica, poco o nulla viene sottratto dai bonus per essere destinato alle categorie che veramente stanno pagando il conto della crisi pandemica ed energetica: imprese e partite Iva. Anzi, si arriva alla beffa, ovvero alla proposta fatta da Noi Moderati: la riduzione della tassazione sulle pensioni erogate ai frontalieri da istituti del Principato di Monaco, dal 23 per cento al 5 per cento.

Senza entrare nel merito delle singole misure, è evidente però che il punto di partenza non fa ben sperare. O meglio, lascia fortemente desiderare chi si definisce anti-statalista, pro-impresa e sostenitore del libero mercato, lontano da vincoli burocratici che bloccano l’iniziativa privata. A ciò si aggiunge l’intervento da “Stato-papà”, che prevede la possibilità di trasformare il tasso del proprio mutuo da variabile a fisso, affiancato da uno dei pochissimi motti d’orgoglio di questa manovra: la stretta sul Reddito di Cittadinanza. L’offerta di lavoro, infatti, non dovrà più essere “congrua” e il rifiuto ne farà perdere il diritto al sostegno.

Una manovra che ha fatto bisticciare anche Forza Italia e Fratelli d’Italia, dopo l’esclusione dello scudo penale per i reati tributari. Un’azione che, dai giornali a tendenza progressista, risulterebbe essere un regalo agli evasori, ma che al contrario è stata ben spiegata dal viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto: “La proposta sullo scudo nasce da uno studio interministeriale, promosso dal ministero dell’Economia e dal ministero della Giustizia. Tu paghi il cento per cento di quel che devi pagare e a fine corsa, se hai pagato tutte le rate unitamente ad una sanzione ridotta, estingui i cosiddetti ‘reati formali’, i piccoli reati”. E ancora: ”Questo è stato il principio che i due ministeri insieme hanno valutato: non è affatto un condono”.

Eppure, la spiegazione di Sisto non è bastata a far cambiare idea ai vertici del centrodestra. Ad oggi, Palazzo Chigi porta a casa due risultati negativi evidenti. Da una parte, come già detto, una continuità con i governi precedenti, preoccupati soprattutto a redistribuire i soldi della collettività in mancette sparse; dall’altra, Meloni si è rimangiata ciò che di vagamente liberista aveva previsto. In particolare, gli interventi su Pos, rottamazioni e scudo penale. Insomma, un risultato che sa tanto di sconfitta, e anche piuttosto amara per chi credeva, fin dall’inizio, ad una svolta radicale rispetto al passato.

Matteo Milanesi, 21 dicembre 2022

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