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Berlusconi sfida Draghi: “O lui a Palazzo Chigi o Forza Italia esce dal governo”. E’ duello Quirinale

 Sul Quirinale non ha voluto dire nulla, sulla scuola non ha omesso niente: “Va tutelata, deve rimanere aperta”. Ha perfino chiesto scusa per non aver saputo comunicare e tutto questo mentre Silvio Berlusconi annunciava: “Se Draghi va al Quirinale, Forza Italia non sosterrà altri governi. Si andrà al voto”. E’ stata sofferta. E’ stata difficile. Era la prima conferenza stampa da “processato”. Questa sera, Mario Draghi non era più “super”, non era più “forte” e neppure “l’intransigente”, ma solo il presidente che doveva “riparare”. Lo ha riconosciuto lui stesso. Quando passava la parola ai ministri Speranza e Bianchi, la sua voce si abbassava, il capo si muoveva a destra e poi a sinistra ma la telecamera stava al centro. Le mani le teneva strette, e ferme, per non lasciarle scappare. Era affaticato. Sì, era affaticato. Di mattina, nelle redazioni, l’idea era che la sua stella fosse appannata.

Dicevano che pure la sua postura fosse inevitabilmente cambiata. Veramente nessuno immaginava che a togliergli la scena sarebbe stato il bisnonno Berlusconi, lui che gli aveva dato di gomito meno di un anno fa e che adesso sgomita per fare il presidente della Repubblica. Ci crede davvero. Sciocchi quelli che dicevano che fosse una fantasia.

 

Quanto è durata questa conferenza? Meno di un’ora e già all’inizio era svuotata. Draghi avvisava, chiamandola postilla, che non avrebbe risposto alle domande sul Quirinale. Pensate, il momento più esplosivo lo ha regalato il ministro Speranza che ha voluto fare l’interattivo. Ha srotolato infatti uno di quei grafici a prova di tonti per dimostrare che i non vaccinati corrono il maggior rischio di finire in terapia intensiva: “Almeno due terzi dei posti sono occupati da loro”. Il ministro Bianchi avrebbe invece voluto aprire la sua borsa di pelle, quella che si porta a ogni conferenza, per dire che no, che il suo ministero ha fatto tutto il necessario per venire in soccorso ai presidi, e che lì dentro c’erano le prove. Era una conferenza che nasceva da una mancata, quella del 5 gennaio, quando, ed erano ancora parole di Draghi, “c’è stata una sottovalutazione delle attese. Mi scuso. Questa conferenza vuole essere un atto riparatorio”.

 

Berlusconi avrebbe mai chiesto scusa? Chi l’avrebbe mai detto che avrebbero interpretato due opposte candidature, due caratteri italiani, due diversi modelli di uomini che si misurano con il futuro? Tanto uno diventa spavaldo, tanto l’altro si allontana dalla vanità delle cariche. Tanto uno desidera fortemente la carica di presidente della Repubblica, tanto l’altro si è rassegnato al presente. Oggi, tutto quello che a Draghi premeva era “affrontare con realismo, prudenza, fiducia, unità, quest’anno”, ricordare che la Dad “provoca disparità destinate a restare e dunque bisogna respingere il ricorso generalizzato alla Dad”.

 

E raccontava come sia complesso fare il presidente del Consiglio, spiegava che “la mediazione deve sempre avere un senso”, “che la sua maggioranza è molto grande, e che tutto quello che conta, malgrado, la diversità di vedute, è la voglia di lavorare insieme. Il governo va avanti bene”. Come poteva rispondere alle domande sulle decisioni di Boris Johnson, quelle che un simpatico giornalista anglosassone gli sottoponeva?  Berlusconi,  quello che le sta provando tutte, dalle interviste al presidente del Ppe, agli appelli sul Myanmar, avrebbe quantomeno accettato la sfida. Per la prima volta, sul tavolo di Draghi, si sono visti dei fogli che avevano qualcosa di nuovo. Erano pieni di post-it. Li scorreva con le dita, leggeva i dati e poi porgeva la parola al “professore Locatelli”, mentre “per questo meglio il ministro Speranza …”. Berlusconi si diverte e si gonfia. Lui si sta consumando, anche nel viso.

 

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