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Anziché salvare le periferie, Milano pensa al festival del mestruo

A Milano in via Bolla c’è l’inferno in terra, l’80, 90% di clandestini, sbandati, irregolari pronti ad ogni delinquenza e ci vuole il coraggio di Sansonetti a Quarta Repubblica per minimizzare, per parlar d’altro. Sansonetti, perdonate se potete la digressione personale, non sa di che parla ma dovrebbe averne scrupolo: perché vivere da esseri umani in un nonluogo del genere vuol dire morire presto, consunti di tutte le malattie, sprofondati in una depressione senza Dio, logorati da una domanda sola: perché proprio a me? Perché Padreterno mi hai scaricato qui, dove non c’è spazio neppure per una preghiera? Via Bolla è uno dei buchi neri della città, come il Calvairate, come Ponte Lambro, come la Stazione Centrale, come cento e mille altri, voragini di follia che si dilatano, ma il Comune lancia il primo Festival del Ciclo Mestruale, novità assoluta nel mondo di cui si sentiva un gran bisogno.

Bruciata pure l’America dei BLM e delle Ocasio Ortez: poi prova a dire che Mediolanum non è sempre caput mundi. Milana la Marchesa, dalle piste ciclabili al ciclo. Attesa, peraltro, una soverchiante partecipazione di esseri un tempo definiti maschi, oggi individui non binari, tristi e solitari a bordo di barbette hipster, monopattini elettrici manovrati da braccini vittimisti, pantaloni alla caviglia rigorosamente scoperta. E niente, l’amministrazione salottiera ha scelto di investire su queste robe qui: il migrantismo senza limitismo, il genderismo senza patriottismo, i centri sociali, i cicli mestruali. Dall’altra parte, i vortici di terrore e illegalità che a Milano si scavano da trent’anni, senza che nessuno li abbia mai voluti vedere: e anche questa è una precisa scelta politica, tramandata da una amministrazione all’altra, non disturbare, non contrariare gli “italiani di seconda generazione”, che poi non ci votano più. Da via Padova fino a San Siro, a via Bolla, ovunque nel rimpallo di competenze, Comune accusa Regione che accusa Comune, come dire Pd che scarica sulla Lega e viceversa. Poi arriva un Sansonetti a dire a Capezzone: e vabbè, abbiamo capito, hai paura, ebbasta. Incredibile, davvero incredibile. Che bisogna fare con questi negazionisti della realtà? Aspettare che vengano inseguiti con un machete? Ma non cambierebbero idea neppure a quel punto, pena la sconfessione di una vita tutta sbagliata.

È un mondo difficile e diventa sempre più complicato maramaldeggiare con l’ironia. Il Festival del Ciclo Mestruale, a maggior ragione a fronte di simili emergenze reali, non si capisce che senso abbia, ma se ne percepisce lo scopo: accattivarsi le frange del femminismo e genderismo estremo e parassitario, quelle che pretendono tutele di ogni tipo “anche in quei giorni”, e a prescindere dal sesso biologico; tra le elargizioni parassitarie dello stato e delle sue istituzioni, c’è il reddito di cittadinanza, c’è il salario minimo, e c’è la sovvenzione mestruale. Poi, che simili sprechi non vengano finanziati dagli zecchini che crescono nel Campo dei Miracoli ma da tasse collettive, non importa a nessuno, il clientelismo, o almeno la strizzatina d’occhio ai più scalmanati “bambini viziati della democrazia”, come li chiamava Ortega y Gasset, è una gramigna che attacca ovunque, un modo di pensare, di far politica dalle Alpi a Capo Passero. Prendiamone atto e chiediamoci, se mai, in cosa consisteranno gli annunciati “workshop” del Festival del Ciclo: che fanno, analizzano consistenza e intensità del flusso? Comparano i vari tipi di tamponi? Tracciano inquietanti rapporti di causa – effetto tra riscaldamento globale e mestruazioni? Quanto agli incontri e feste a corredo dell’epocale evento, siamo d’accordo: il mestruo si celebra, si esalta, è una “patologia invalidante temporanea” (anche questa cazzata ci è toccato leggere), però la si festeggia: per forza, se diventa un mezzo per approfittarsene, perché no.

Trattasi, sociologicamente parlando, di rivoluzione copernicana: negli anni Ottanta il “mal di pancia” pareva sconfitto, bastava una pastiglia per ritrovarsi, magicamente, a giocare a tennis, sprintare come Fantozzi sul tram, andare a cena come le star “anche in quei giorni”. Oggi la situazione è invertita e il mercato pure, da big pharma si torna a big stato e quindi conviene la drammatizzazione di risacca: “in quei giorni” non si può fare altro che restare sdraiat* a guardare il soffitto aspettando che la tortura passi. A questo punto, ci permettiamo di suggerire al sindaco Sala qualche iniziativa con cui adornare il Festival di ulteriori significati. Primo, piste ciclabili riservate a chi ha il ciclo; secondo, accesso freepass per chi sui mezzi pubblici dimostrerà di essere indispost* tramite uno scanner speciale che legge il tampax; terzo, una fermata della metro ad hoc: “Mestruo”. Sono piccole cose, solo un debutto, l’intendenza mestruale seguirà. E adesso, se volete scusarmi, vado a cambiarmi l’assorbente, dopodiché scrivo con arroganza a Nicola Porro che, essendo io indisposto, pretendo copertura totale di una settimana e anche un premio di produzione, lavorando dal letto con ciclico stoicismo. Poi, quando resto incinto, se ne riparla.

Max Del Papa, 14 giugno 2022

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