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Antonietta Gatti, le epatiti nei bambini e Fedez: intervista alla nanopatologa

“Chi ha paura della conoscenza scientifica?” A porre questo interrogativo è stata la scienziata Antonietta Gatti, che da più di 10 anni si occupa esclusivamente di nano patologie.

In un post pubblicato sul social italiano Sfero, ha scritto di essersi offerta di fare analisi e autopsie nel marzo del 2020, ovvero a inizio pandemia. Offerta prima accettata dall’ospedale di Bergamo, poi rifiutata.

“Ho offerto di fare analisi ugualmente di microscopia elettronica a scansione e microanalisi a raggi X per quei medici stranieri che erano riusciti a fare delle autopsie. A nessuno è interessato”.

Ma non solo. La Gatti ha scritto di essersi anche offerta per fare analisi ai reperti chirurgici del noto cantante Fedez, in quanto persona giovane con una patologia importante. Anche in quella occasione non ha ricevuto nessuna risposta.

Ora la dottoressa si è offerta di fare analisi per quei bimbi affetti da un’epatite di nuova generazione. “Speriamo qualcuno risponda e che a qualcuno importi di quei bimbi”. Abbiamo voluto raggiungerla telefonicamente per farle qualche domanda.

L’intervista alla dottoressa Antonietta Gatti

Ci ha molto incuriosito la vicenda delle autopsie. Può raccontarci come è andata?

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Da sempre, quando capita un fatto insolito, si cerca di capire che cosa sia successo ponendo domande all’evento stesso. Insomma, si fa un’indagine o un esperimento per avere una risposta. Anche nei casi di malattie ignote si cerca di capire di che cosa si tratti e quali siano le conseguenze sul corpo umano, magari per evitare che il fatto si ripeta o per individuare trattamenti efficaci. Farlo è possibile in tanti modi e uno classico, naturalmente quando ci si trova al cospetto di un cadavere, è quello dell’autopsia.

Semplicemente seguendo una prassi che è fuori discussione, questo è quello che ho pensato si sarebbe fatto quando ci furono i primi morti per Covid a Bergamo nel febbraio del 2020. Allora scrissi all’ospedale di Bergamo offrendo loro, a titolo di regalo, un sistema per praticare le autopsie in sicurezza per l’operatore. Mi offrii anche per fare personalmente analisi sui reperti autoptici attraverso un microscopio elettronico a scansione e si trovò anche un budget per affrontare le ovvie spese di rimborso connesse a questo lavoro.

All’inizio fu tutto accettato con entusiasmo da parte della presidentessa dell’Ospedale. Poi, più nulla. Dopo tre mesi, ci restituirono il sistema e rimandarono al mittente il denaro, dicendosi non interessati alle autopsie. Incredibile, vero? Un ospedale non interessato a capire come sono morti i suoi pazienti e come poterli curare potrebbe indurre più di un dubbio sulle sue funzioni.

L’importanza delle autopsie sui morti Covid

Antonietta Gatti, cosa avremmo potuto ottenere se avessimo fatto le autopsie il prima possibile?

Naturalmente, io rispondo in base a ciò che insegna la pratica scientifica e a ciò che ho imparato in decenni di ricerca. Analizzare i campioni autoptici dei morti di Covid19 avrebbe potuto, tra le altre cose, individuare una formazione disseminata di coaguli del sangue. Questo poteva fornire indicazione fondamentali su trattamenti farmacologici per prevenire il fenomeno. Si sarebbe potuto capire subito che l’intubazione per la somministrazione di ossigeno, quindi, non era necessaria (per non dire altro) se prima non si davano degli antiaggreganti per permettere la libera circolazione del sangue nel distretto polmonare.

Questo avrebbe salvato delle vite umane. Ma un’autopsia fatta come si deve avrebbe potuto mettere in luce chissà quanti altri aspetti della patologia, cosa che è stata, se non vietata, fortemente scoraggiata. Per chi ha qualche ricordo di storia, la vicenda assomiglia non poco alle proibizioni che per secoli frenarono il progresso della medicina

Perché era necessario analizzare i reperti chirurgici di Fedez?

Non è necessario, ma a mio avviso sarebbe auspicabile verificare una sezione del reperto chirurgico mediante le nuove tecniche di microscopia elettronica a scansione. Visto che una patologia simile, specialmente in una persona giovane, non è delle più comuni, io ho offerto un’analisi aggiuntiva a quelle fatte dai medici. Forse si potrebbe trovare una spiegazione alla patologia e, chissà, trovare un modo per prevenire ulteriori recidive. Certo che scartare una possibilità d’indagine non può aiutare.

Epatite nei bambini

Ora ci troviamo di fronte a un’epatite di nuova generazione. Antonietta Gatti, potrebbe spiegarci di cosa stiamo parlando?

La cosa non fa parte della mia esperienza. Io posso solo, anche in questo caso, proporre un’analisi di microscopia elettronica a un’infiammazione del fegato per verificare che non sia indotta da qualche corpo estraneo, specialmente se è nanodimensionato. Dal punto di vista tecnico la cosa è assolutamente possibile, e la scelta di tapparsi gli occhi non mi pare particolarmente funzionale.

L’origine di queste epatiti resta ancora sconosciuta. Nella circolare pubblicata dal ministero della Salute, il medico Giovanni Rezza ha escluso una correlazione con il vaccino anti Covid. Lei cosa ne pensa?  

Credo che solo un’investigazione ad alta risoluzione possa aiutare a chiarire il mistero. Posso solo dire che mi pare quanto meno curioso che qualcuno si prenda la briga di assolvere un possibile imputato prima di aver svolto le indagini del caso.

Antonietta Gatti: “Non è solo la musica che deve essere cambiata, ma anche i suonatori”

A chi si è rivolta chiedendo di poter fare analisi sui bambini affetti da questa epatite?

Per il momento non ho nessun riferimento, dal momento che non so se siano state fatte delle biopsie epatiche. Nel caso di un trapianto di fegato, sarebbe estremamente importante analizzare quel fegato da un punto di vista che non è quello solito.

Lei lavora da molti anni nel campo delle nanotecnologie e ha fatto presente che, se non si vanno a vedere questi tessuti ad alto ingrandimento, non si risolve niente. Perché nessuno ha ancora risposto? Perché qualcuno dovrebbe opporsi alla sua richiesta?

Non di nanotecnologie si tratta, ma di nanopatologie, cioè di malattie provocate da micro- e nanoparticelle inorganiche. Chi decide su che cosa avvalersi sono i medici che, però, non hanno un adeguato retroterra culturale e sono addestrati a pensare che le malattie siano dovute solo a virus o a batteri o a parassiti o a disfunzioni di qualche organo o ad avvelenamenti classici o a traumi. Le patologie da polveri micro- o nanometriche per i medici non esistono. Nuove tecniche diagnostiche di tipo fisico non vengono considerate. Il medico non è curioso di sapere dall’origine il perché insorge una patologia, ma vuol sapere solo come curarla.

È ovvio che, nel caso di patologie indotte da micro e nanoparticelle, i farmaci non possono essere risolutivi, dal momento che non sono stati progettati per contrastare il meccanismo patologico che quei corpi estranei inducono. Osservare i tessuti ad altissimo ingrandimento, però, non basta. Bisogna anche sapere che cosa cercare, come cercarlo e che cosa significa ciò che si vede. Altrimenti, è come trovarsi di fronte ad un libro scritto in una lingua sconosciuta.

Malauguratamente, i medici sono tradizionalmente ostili nei riguardi di ciò che percepiscono come una specie d’invasione di campo da parte di chi pratica discipline che non sono la loro. Così facendo, i medici non si avvalgono della multidisciplinarità che potrebbe portare vantaggi enormi al progresso di una medicina in cui il solo interesse è quello ippocratico del benessere di chi alla medicina si rivolge. Insomma, non è solo la musica che deve essere cambiata, ma anche i suonatori.

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