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Aiuti di Stato, le piroette (pro Germania e Francia) di Bruxelles

Bce

Obiettivi e contraddizioni della Commissione europea sugli aiuti di Stato. L’analisi di Giuseppe Liturri

Quando l’Italia ha un problema, è un problema italiano. Quando la Germania ha un problema, allora è un problema europeo.

Ci permettiamo di riassumere in questo modo il senso delle dichiarazioni – per certi versi sconcertanti – del Commissario UE alla Concorrenza Margrethe Vestager, rese mercoledì pomeriggio in audizione davanti alla Commissione Industria, Ricerca, Energia dell’Europarlamento a Bruxelles. Il tutto puntualmente confermato dall’emendamento del Quadro Temporaneo pubblicato dalla Commissione venerdì pomeriggio.

In apertura la Vestager ha confermato quanto già noto da qualche settimana e confermato venerdì, circa la revisione del nuovo Quadro Temporaneo per rendere ammissibili gli aiuti di Stato erogati dai governi nazionali per fronteggiare la crisi energetica acuitasi con la guerra in Ucraina. Si tratta in primis della proroga per tutto il 2023 e poi dell’aumento dei massimali erogabili per ciascuna impresa e di un più favorevole regime per le garanzie statali o finanziamenti a tassi agevolato destinati a migliorare la liquidità delle imprese.

Oggi siamo fermi ad un massimale di aiuti di €500.000 da erogarsi in varie forme (sussidi diretti, crediti di imposta, ecc…) e di uno speciale regime di aiuti per le imprese energivore. Quest’ultimo prevede un limite di € 2 milioni, purché il sussidio non ecceda il 30% dei costi energetici, riferiti al 70% degli stessi costi sostenuti nell’anno precedente. Se l’impresa fosse in perdita operativa, gli aiuti potrebbe salire fino a 25 milioni e, per determinati settori, fino a 50 milioni.

Su questo quadro è passato come uno tsunami il “doppio bazooka” annunciato dal governo tedesco di Olaf Scholz ad inizio ottobre. Si tratta di un pacchetto di aiuti per 91 miliardi – a valere su un fondo di 200 miliardi – che prevede l’integrale pagamento delle bollette del gas delle famiglie per il prossimo dicembre ed un tetto al costo del gas pari a € 0,12/kwh per famiglie e piccole/medie imprese, e € 0,07/kwh per la grande industria. Rispettivamente a partire da marzo e gennaio 2023 per i successivi 16 mesi. Il calcolo avverrà sul 70% ed 80% dei consumi dell’anno precedente, per penalizzare consumi eccedenti quelle soglie, che saranno pagati a prezzo non calmierato.

In presenza di tale palese distorsione, è arrivata la legittima domanda dell’Onorevole Paolo Borchia del gruppo Identità e Democrazia, finalizzata a comprendere la compatibilità di questa ondata di aiuti con le regole sull’integrità del mercato unico e sulle condizioni eque di concorrenza che dovrebbero governarlo. In particolare, l’eurodeputato veronese ha chiesto come fosse possibile fare passare questi aiuti attraverso le maglie strette degli articoli 107 e 108 del Trattato sul Funzionamento della UE (TfUE) che regolano le deroghe al divieto di aiuti di Stato.

La Vestager ha testualmente risposto che è in corso una riflessione molto approfondita sul tema. Perché sono presi da un dilemma: da un lato “sarebbe un peccato che se nessuno se lo può permettere, allora nessuno può farlo”, dall’altro, “non è equo permettere ad un Paese di spendere molto, perché alcuni potrebbero farlo ed altri no”. A questo ci siamo ridotti, dopo che il famoso “faro” della Vestager è stato puntato a difesa di qualsiasi microscopico aiuto in settori in cui la turbativa della concorrenza era invece ben lungi dal manifestarsi. Dopo che per non consentire l’intervento del Fondo Interbancario nella ricapitalizzazione di Banca Tercas per 300 milioni, è stata innescata una crisi bancaria che ha mandato per aria otto banche italiane e, ironia della sorte, il Tribunale UE prima e la Corte di Giustizia dopo, hanno bocciato la posizione della Commissione. Oggi invece la Vestager dà incredibilmente ingresso e dignità al criterio dell’eventuale pregiudizio recato a chi può spendere, secondo lei meritevole di tutela. Un parametro che nemmeno avrebbe dovuto essere nominato e che è da solo uno sfregio all’equità che verrebbe comunque alterata. Chi può spendere non deve alterare l’equità della concorrenza, punto. Altrimenti è il Far West. Questa avrebbe dovuto essere la risposta della Vestager che oggi è invece in preda ad un “dilemma” mal posto e potenzialmente truffaldino. Per risolvere il quale la danese non esita ad indicare la strada, tutta pro Germania. Dopo aver premesso che i criteri attuali si sono rivelati molto severi e restrittivi, al punto da non aver impedito alle imprese di chiudere, la soluzione a cui dovrebbe approdare la Commissione sarà quella di innalzare i massimali in modo che le imprese possano beneficiare degli aiuti entro soglie molto più generose e quindi non chiudere. Facile ed anche giusto, vero? Peccato che quelle nuove soglie serviranno per fare passare indenni dall’accusa di aiuti di Stato, solo gli aiuti alle imprese tedesche. Anche sulle maxi ricapitalizzazioni eseguite in Francia ed in Germania di imprese del settore energetico, la Vestager non ha fatto una piega. L’unico limite che pone è che quel denaro non finisca distribuito in dividendi agli azionisti. Per il resto, semaforo verde. La Vestager sembra aver sposato – pur non ammettendolo esplicitamente – la tesi esposta il 14 ottobre dal vice cancelliere tedesco Robert Habeck sul Financial Times. Non esiste alcun egoismo tedesco, anzi aiutare le imprese tedesche aiuterebbe a proteggere l’intera economia europea e le imprese fornitrici della Germania.

Tesi ragionevole, se non fosse per il fatto che la Germania si è cacciata in questa situazione da sola, perché ha prima per anni irresponsabilmente cavalcato l’azzardo morale dell’unico (o quasi) fornitore russo di energia, impilando avanzi commerciali da record ed ignorando l’equilibrio macroeconomico dell’eurozona. Ora viene a chiedere di porre riparo a quel disastro, in cui ha trascinato pure noi, ignorando l’equità della concorrenza nel mercato unico e la Vestager ha subito esaudito i desiderata di Berlino. Il Marchese del Grillo si è trasferito a vicino alla Porta di Brandeburgo.

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