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A cosa servono (secondo me) i lobbisti

Avendo diretto per oltre 20 anni aziende operanti in svariati prodotti/mercati (pure il militare), comprese multinazionali quotate a Wall Street, uno dei primi termini che imparai fu proprio “lobbying”. Ecco cosa feci. Il Cameo di Ruggeri

In via privata, mi ha telefonato un importante personaggio della politica, molto colpito dalla vicenda dei “lobbisti” brussellesi, chiedendomi un parere. L’ho fatto in privato, a voce, lo faccio per scritto, in pubblico.

Avendo diretto per oltre 20 anni aziende operanti in svariati prodotti/mercati (pure il militare), comprese multinazionali quotate a Wall Street, uno dei primi termini che imparai fu proprio “lobbying”. Per uno venuto dalla strada come me, sulla traduzione in italiano di lobbying mai ho avuto dubbi: “modo elegante per dire corruzione”. La definizione dei colti che la spacciano come “gruppi di pressione portatori di legittimi interessi” (“legittimi” presuppone che ci siano quelli “illegittimi”?) per me è incomprensibile. A che serve un terzo in un “negozio” a due? Leggo che a Bruxelles ci siano 19 lobbisti per ogni deputato (spero sia una fake).

Mai ho capito perché ci sia bisogno di un lobbista per fare business o bypassare leggi, i manager sono pagati per quello, così i politici, se non sono all’altezza si prendano consulenti, a spese dello Stato. Altrimenti sei simil Uber, sogni di fare i due ruoli.

Per sette anni sono stato presidente di un Consorzio che vendeva prodotti militari destinati alla difesa (sotto il controllo del Governo italiano e seguendo i protocolli dell’Onu). In quel mondo la lobbying imperava, mai me ne sono avvalso, e non successe nulla. Certo, c’erano paesi-clienti del Terzo mondo (allora i Paesi del Golfo erano Terzo Mondo) che chiedevano l’inserimento nel processo negoziale di un “lobbista” (società o singolo), però le sue (imbarazzanti) commissioni dovevano essere pagate da noi. Che facevo in questi casi? In sede di offerta, nel prezzo indicavo pure le commissioni pretese dal lobbista, e da me non negoziate, essendo un’imposizione del cliente. Così la trasparenza verso i miei azionisti e gli enti di controllo nazionali e internazionali era garantita.

Nella mia esperienza americana invece, come primo atto dismisi tutte le società di consulenza e di lobbiying. Non successe nulla. Una sola volta mi fu “caldamente” suggerito un lobbista gradito al Governatore di un certo Stato per procedere a un disinquinamento dei terreni di un nostro stabilimento.

Un giorno un celebre Accademico, in un convegno, mi contestò, sostenendo persino che non può esserci democrazia senza lobbying. Ridicolo, continua a sfuggirmi perché non debbano essere i manager della società a rappresentare i “loro legittimi interessi” in modo diretto, alla luce del sole, senza alcuna forma di intermediazione di terzi (curioso, proprio loro che a parole sono i più feroci “disintermediatori”). Perché ricorrere a protocolli di trasparenza inserendo sul sito gli incontri con i lobbisti, la loro durata, etc.? Ridicolaggini, gli accordi fra corrotti non si fanno certo in ufficio. Se il Parlamento, il Governo, i loro funzionari non hanno competenze tecniche su certi temi si avvalgano, come ovvio, di consulenti, purché siano pagati da loro stessi e non dalla controparte. Se i lobbisti li paga lo Stato è supporto professionale, se pagano le aziende “spuzza”, direbbe un vecchio piemontese.

Dopo l’introduzione del Protocollo FACTA casi come quello di Bruxelles sono da anni superati. Il denaro o le contropartite non economiche oggi arrivano anni dopo il fatto criminale, affinché non ci sia alcun collegamento temporale. E’ la “corruzione ritardata” (mio il copyright). Funziona? Certo, perché il negozio criminale si basa solo sulla fiducia, il magistrato è impotente, l’insuperabile riferimento culturale di costoro è don Vito.

Prendiamo certi personaggi di vertice dell’Occidente. Entrati con un patrimonio X (modesto) nella posizione di potere, a fine mandato escono con lo stesso patrimonio X, quindi con l’immagine intonsa. Poi, da cittadini, meglio con il tramite di una Fondazione, ricevono consulenze strapagate, strapuntini in Board importantissimi, scrivono libri che hanno vendite stratosferiche, pur in assenza di lettori. Molti casi sono noti, pur essendo ormai da anni lontani dal potere, si ritrovano con patrimoni sì rilevanti, ma trasparenti in termini di costituzione e di tassazione. Poi c’è la “corruzione” attraverso l’assunzione di figli e nipoti, con infinite varianti. E altre tecnicalità ancora, tutte impossibili da dimostrare come reati.

Oggi la “corruzione ritardata” è diventata adulta, è elegante, non spuzza, non ha bisogno di sacchi, soprattutto non ha fretta. Ergo, è impunita. Che tristezza questi eurodeputati, per ora solo socialdemocratici, sono old fashion, e non lo sanno. Prosit!

Zafferano.news

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