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300 milioni a Mbappé: il “calcio del popolo” senza Superlega

Ma poi, uno che si chiama Mbappè che dovrebbe fare se non papparsi il pappabile? E questa è la storia del fuoriclasse del Paris Saint Germain che si strapappa un contratto strafottente per restare dove sta. Rimagnandosi le promesse al Real Madrid da cui una spanciata di blablabla: e così non si fa, e dove sta l’etica (Padre, non perdonarli perché sono peggio dei farisei), e la parola è parola, e qui c’è in ballo la democrazia, i diritti umani e magari la pace in Ucraina. Ma per favore.

I 300 milioni di Mbappè

La faccenda, fatta breve, sarebbe che il campione francese, 23 anni appena, altro che Golden Boy, questo è coperto d’oro fin negli anfratti che non si possono dire, stava in bilico tra due squadroni: alla fine la spunta il PSG con una operazione da 300 milioni che, piaccia o meno, sbarella ancora una volta le traiettorie del pallone. Mbappé, di fatto, oltrepassa il parametro zero e diventa giocatore, manager, uomo-immagine, perfino ambasciatore – e questa è davvero grottesca: lo sponsorizzano il presidente attuale, Macron, e il predecessore, Sarkozy; non ci sarà opzione del club che non passi per i capricci di questo ragazzo-miliardo, a cominciare dal rotolare delle prime teste: il direttore sportivo PSG, Leonardo, e l’allenatore, che, ironia del destino, si chiama Pochettino.

Il supercontratto

Un pochettino di pazienza, e si saprà se a gestire la multinazionale sgambettante sarà Conte, Zidane o chissà quale altro uomo forte. E non c’è dubbio che ci vorrà un sergente di ferro per non lasciarsi stritolare da quello che succede in casa Psg. Mentre dall’altra parte dei Pirenei stanno strillando come neanche alla corrida: tradimento! Vergogna! Così non si fa. Tutti santi quando perdono. Il ragazzo, benefit a parte, intascherà 50 milioni puliti a stagione per le prossime tre e pazienza se, come protesta Javier Tebas, gran capo del calcio spagnolo, la squadra francese affoga in un vortice di debiti, 220 milioni di rosso, a fronte di un monte stipendi che supera i 600 milioni. Ma che fa? La conseguente richiesta alla Liga di premere sull’Uefa sa tanto di pretesto: non esiste club al mondo che non sia subissato di buchi, di perdite, che non tenga ciclopici scheletri nei suoi armadi contabili, insomma il più pulito qui c’ha la rogna, altro che “fair play finanziario”.

I finti perbenismi

Si vuole moralizzare, ossia incamiciare il mercato? Per quale via? Giudiziaria, politica? Statalista? In nome di che? Ci si appella ai diritti umani in Qatar, emirato proprietario del club francese? Tutta da ridere: bisognerebbe fare uno screening di ogni squadra al mondo, dagli oligarchi russi ai padroni cinesi, roba che manco Amnesty ci si mette. Quanto ai tifosi, detta come va detta se ne fregano bellamente dei diritti umani in Qatar (della serie: temere il Renzi che è in noi) come sotto qualunque cielo; a loro importa che il pedatore di turno faccia gol, e alle proprietà che renda più di quanto prende. Fine della storia. Dopodiché, se l’investimento non funziona, saranno affaracci di chi l’ha messo in piedi: citofonare Ronaldo.

Era meglio la Superlega

Avete cassato la Superlega dei superricchi? Avete voluto il calcio popolare? Serviti: al popolo di queste menate, che menate non sono ma così vengono colte, non gliene può importare di meno. E comunque tirarle in ballo per il maxinvestimento su un campione è proprio tirare i diritti umani per i capelli. E comunque la stessa Nazionale Azzurra, trombata indecorosamente ai Mondiali qatarini, farebbe letteralmente carte false per rientrarci dalla finestra di un cavillo: per orgoglio, per immagine ma anche, se non soprattutto, per diritti televisivi, affari, insomma soldi. Per cui la morale, e i moralisti, facciamoli quando è il caso, quando c’è il presupposto: se no si riduce tutto a farsa tragica.

Al Real Madrid non frega niente né dei diritti umani, né dei buchi di bilancio del Paris Saint Germain (chi è senza peccato scagli la prima denuncia), né del fatto che Mbappé si piglia 50 milioni a stagione, che del resto erano pronti a scucire pure loro in Spagna, e men che meno del “fair play finanziario”; semplicemente, e fuori da ogni fair play, non sanno perdere, non accettano una operazione di mercato, spregiudicata, cinica, legittima. Perché sono stati battuti a quel tavolo. E si appellano alla Liga. Forse in questo caso sarebbe meglio il Liga, quello di “Una vita da mediano, una vita come Oriali”. Altri tempi, d’accordo, ma abbastanza torbidi già allora.

Max Del Papa, 22 maggio 2022

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