“quel-sigillo-ai-cancelli-della-whirlpool-di-napoli-io-me-lo-sogno-anche-la-notte”

La parte più atroce del racconto è quella in cui, tra frasi e video, alcuni dei 350 operai del presidio davanti alla fabbrica ormai chiusa della Whirlpool di Napoli a via Argine 312 a Ponticelli, zona industriale est, sigillata da tre settimane dopo 18 mesi di lotta, fanno il riassunto di come coloro che dovevano garantirli si siano rivelati inadatti, di come siano stati letteralmente incapaci di esercitare il loro ruolo, di far valere il loro peso, di difendere regole e patti e quindi i lavoratori, i soccombenti: il titolare del ministero dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli adesso, il suo predecessore Luigi Di Maio, ma anche il premier Giuseppe Conte.

«Ecco, Patuanelli: due mesi fa diceva: “Non molliamo Napoli, Whirlpool deve restare qui”. Era settembre. Ma si’ bugiardo o si’ cretino veramente? Non fa così un ministro, di fronte a lavoratori stremati: fa così uno che vende roba contraffatta».

Parole al vento, promesse non mantenute, bugie: di principio l’idea giustificazionista che «un piano industriale si può sbagliare», come ebbe a dire Conte agli operai vestendo per un attimo il ruolo di avvocato della multinazionale; al fondo la convinzione che la soluzione a tutto sia il sussidio (avevevano proposto a Whirlpool un mare di incentivi, per restare), più che la lotta per il ritorno del lavoro (a una riconversione efficace credono in pochi).

La logica del reddito di cittadinanza, imperante. La parte più atroce: per loro, che ci stanno dentro, segna il momento in cui la storia poteva andare in modo diverso, l’imbocco nella sliding door sbagliata; per chi osserva è una specie di passaggio fatale, il momento finale di una storia di decenni che si è fatta vortice e adesso procede verso un agghiacciante nulla. Dagli anni Sessanta, con l’imprenditore illuminato del nord, Giovanni Borghi e poi con Guido e Giuseppe che credono nello sviluppo anche nel sud, quindi la crescita, il benessere, il turnover fatto di figli che lavorano coi padri, la fabbrica come famiglia, le feste di Natale assieme, la globalizzazione, poi la crisi. Infine la terna finale, micidiale: i Cinque stelle, la vertenza e, ora, il Covid-19.



La chiusura di una fabbrica, al sud, nell’Italia chiusa per pandemia, è il senso moltiplicato di una storia assai più larga che non riesce ad andare né avanti né indietro. E si appende a quel sigillo blu che il 31 ottobre 2020, dopo 56 anni di attività, ha sancito lo stop di uno stabilimento che era fino a poco tempo fa un fiore all’occhiello. Premiato. Citato come esempio di eccellenza e di successo, persino da chi poi ne ha sancito il destino. E adesso esempio di come tutto possa fermarsi, a dieci minuti di automobile dal centro di Napoli, a sette chilometri da Pomigliano D’Arco, luogo natìo di colui che viene indicato come figura simbolo della vicenda. Luigi Di Maio, lo stesso che nel 2015 – parlando della chiusura dello stabilimento di Carinaro – domandava: «Che credibilità ha un governo che si siede a un tavolo, firma un accordo, e poi non si ribella contro le aziende che non rispettano i patti?». Di Maio, che però poi da ministro, tre anni dopo, ha fatto proprio la stessa cosa, prima firmando l’accordo con Whirlpool, poi non ribellandosi (ovviamente, a parole, ribellandosi moltissimo) contro la multinazionale quando questa annunciò la chiusura di Napoli. Sempre pronto a rassicurare: «Non vi preoccupate, io una scopa la devo mettere, se Ilva purtroppo a Taranto non la riusciamo a vincere, qua stiamo a casa nostra, almeno una scopa la mettiamo con Napoli», come disse agli operai una volta a Portici. E infine capace, da ministro degli Esteri, di negare quello che era un esito già scritto, due mesi prima che si verificasse. «Lo avvicinammo a Giffoni, quest’estate, ci disse: “Ma che deve chiudere! Napoli? Abbracciatemi le famiglie. Ne va della sovranità nazionale”», raccontano adesso gli operai che glielo chiesero, mostrando il video.

Alle loro spalle, come un’ossessione, c’è il sigillo blu. Il lucchetto che segna il confine: dietro quella porta c’è la fabbrica, i macchinari, la linea, il lavoro, un luogo che questa gente considera casa, ma dove non può più andare. «Io me lo sogno pure la notte, questo sigillo, non lo posso guardare, gli devo dare le spalle», racconta Vincenzo Accurso della Uilm, 44 anni, in fabbrica dal 2004, dove affiancò per due anni la madre, operaia anche lei, secondo il costume qui diffusissimo e tale per cui gli operai di oggi sono praticamente tutti figli degli operai di ieri, in una zona da sempre difficile e dove il posto di lavoro, quando c’è, è unica eredità possibile, la più preziosa. L’altro estremo del confine è trenta metri più in là: il cancello della fabbrica. «Al di là c’è la pandemia, il virus che uccide, e altra disoccupazione: non c’è niente», dice Maria Rosaria, 36 anni, un figlio di tre con Gennaro, 42 anni, anche lui operaio qua, cosa che prima significava «due di tutto, e adesso significa due di niente, cioè zero». Insomma non ci sono posti dove andare, spiega lei: «A casa ti senti inutile, qua ci hanno ucciso mentalmente già 18 mesi fa: entravi a lavorare ogni giorno, sapendo che sarebbe finita». E ora che il giorno è arrivato, non si può entrare, ma non si può nemmeno uscire. Un lockdown del lockdown, una zona rossa nella zona rossa: una vertigine.

Ecco lo spazio entro cui esistere, per i 350 operai della Whirlpool di Napoli e le loro famiglie: questi trenta metri tra sigillo e cancello. Tra una «capacità industriale che stiamo distruggendo», come ebbe a dire Carlo Calenda parlando di Ilva, e l’incapacità di vederne un’altra stagliarsi nel futuro. Il cancello con le frasi del Papa e del partito comunista dei lavoratori, la tettoia con i busti dei Borghi, la bacheca dove adesso sono segnati i turni autogestiti per il presidio, l’atrio dove in pochi metri c’è quasi tutto: gli spogliatoi, il distributore automatico di caffè e snack, la moka e i mandarini portati da casa, il bancomat là dove una volta c’era addirittura uno sportello bancario. I simboli della lotta e di ciò per cui la si fa: il segno di V della spunta verde (la riapertura dello stabilimento, piuttosto improbabile in verità) e una lavatrice vera, la Zen, l’ultimo modello che si produceva in questa fabbrica, e che continua a prendere premi, anche adesso che non la si produce più. «Ci puoi poggiare sopra una coppa di champagne colma e non cadrà una goccia», spiegano ricalcando lo slogan di vendita. La lavatrice premiata, le certificazioni, cose che raccontano una eccellenza, non una decadenza. È questo in fondo che oggi si fronteggia: la rovina di un mondo che di suo avrebbe funzionato, e che invece, per incapacità e appetiti incrociati, non riesce a funzionare più. «Non riesco a capire la relazione», suonava un tormentone di Maurizio Crozza di qualche anno fa, che qui calza benissimo. Se funzionava, perché è chiuso? E ora che ha chiuso, chi se lo prenderà?

«Ancora mi ricordo il nervosismo, l’emozione, di quando noi della Rsu dopo la firma tornavamo verso Napoli, avendo da raccontare il traguardo, quella che sembrava la fine di una lunga lotta di sei anni, la rinascita», racconta ancora Vincenzo. Era il 25 ottobre 2018, l’accordo sottoscritto al Mise assicurava un rilancio, che si sbriciolò dopo qualche mese, a maggio 2019. Ad annunciare che la fabbrica chiudeva perché il sito era improduttivo, per colmo di tragica ironia, è stato quel giorno Luigi La Morgia, 43 anni, amministratore delegato per l’Italia di Whirlpool, che dieci anni prima aveva a lungo lavorato proprio a Napoli, con responsabilità crescenti fino a diventare direttore. Una storia deamicisiana. «Proprio lui, che alla firma del patto mi aveva stretto la mano e rassicurato sulla missione produttiva: non preoccuparti, è la migliore dopo quella di Varese», racconta Vincenzo.

Dopo cinque mesi, invece l’annuncio della chiusura di uno dei cinque stabilimenti in Italia, l’unico al sud. «Ci hanno dato un compito impossibile da svolgersi: superare una crisi che non abbiamo mai avuto», dicono. Eravamo i migliori, aggiungono. E tirano fuori il video di una festa di Natale di qualche anno prima, in cui proprio La Morgia, alla fine dello spettacolino, con i bambini ai piedi e gli adulti che applaudono, dice: «Questa fabbrica potrebbe essere esportata in ogni parte del mondo. Però le persone che sono qua, la terra, la passione che c’è in questa fabbrica non si può replicare da nessun’altra parte: è questo il vero fattore del successo di Napoli. Siete tutti voi: non ve lo dimenticate mai». Dice adesso Donato Aiello, 56 anni, in Whirlpool da trenta dopo suo padre: «È la stessa persona che poi ci ha detto: chiudiamo, non ci servite più». Ecco, il senso del tradimento.

C’era un tempo in cui «essere della Whirlpool era motivo di orgoglio, ci riempivano di premi: pacchi di detersivi, pane, pasta olio, eravamo un modello e una speranza, che tutto questo si potesse fare anche al sud». Adesso, racconta Vincenzo osservando i vecchi cestelli delle lavatrici dentro i quali, la notte, bruciano la legna per difendersi dal freddo, «questa è una delle zone in cui più persone non lavorano, più la camorra avanza. Nessuno di noi si metterà a fare rapine. E non siamo gente che vuol finire in mano alla camorra, ma sappiamo come la camorra si insinua: prima arriva, ti da dei soldi, cerca di sostenerti, poi ti prende. E il vero problema, lo dice bene un mio collega: io sono papà, ho i figli grandi, e tutti i giorni vengo qua, mi spacco le ossa, per portare qualcosa a casa che è fatto col sacrificio mio. A loro insegno l’onestà e me li vado a prendere tutti i giorni per strada, a Ponticelli, me li controllo. Ma quando io non avrò più guadagno, e i miei figli torneranno a casa con dei soldi, avrò il coraggio di chiedergli da dove sono arrivati? Non glielo chiederò, perché ho paura che me lo dicano, e non avrò neanche la forza di riportarli indietro, perché devo mangiare».

Tanti qui hanno votato i Cinque stelle, nel 2018, in una zona tradizionalmente rossa ma dove i grillini due anni fa hanno raggiunto addirittura il 62 per cento. Anche Maria Rosaria li votò: «Cambia il maestro, non la musica: questo mi sento di dire ora, e mi dispiace, ci avevo creduto. Luigi Di Maio, mai si è degnato di venire qua: nessuno è venuto. Non mi aspettavo tanto, solo il dovuto. Il sud è già morto, ma così muore l’Italia: e io non mi sento una cittadina italiana perché questo governo non mi ha difeso. E sentire un ministro che dice: “Non ho armi”, come ha fatto Patuanelli, mi fa capire che non ho speranza: perché quelle armi doveva costruirle lui, che sta al governo».

Alle sue spalle, dietro il muro, c’è la vasca della vernice. Dopo due-tre giorni di fermo dell’impianto, spiegano, la vernice si secca, se non si svuota per tempo la vasca, poi bisogna buttare l’intero macchinario. Sono gli operai ad aver chiesto di farlo, due giorni prima dei sigilli. L’azienda, per dire il senso del futuro, non ci aveva neanche pensato.

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