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Massacrata dal vicino di casa perché lesbica: «Ho denunciato ma non è cambiato nulla. Ora vivo l’inferno»

«Lui abita ancora al primo piano. Quando scendo le scale apre la porta e dice: un giorno arriverà la tua morte». “Lui” è l’aggressore di Silvana Caruso, 44 anni di Vallefiorita, un paesino di poco più di mille abitanti in provincia di Catanzaro. Lesbica, Silvana è stata picchiata senza pietà, una testata in pieno volto, colpi sui reni, alla testa e ancora in volto con oggetti lanciati a caso. Incassa mentre la moglie del vicino di casa e un’altra coppia la tengono ferma: «mi hanno usata come un punching ball».

Silvana racconta quel 20 maggio 2021 con la voce che trema e le parole che scappano. «Ero con la mia compagna al telefono sul balcone, fumavo una sigaretta. A un certo punto sento aprire la finestra del primo piano, io abito al quarto, e qualcuno urla: “Lesbica schifosa ti dovrebbero ammazzare”. La mia compagna dall’altro lato del telefono chiedeva spiegazioni. Non so, non capivo. Poi ancora: “Lesbica di merda quando ti prendo ti sparo in fronte». Silvana vive a Vallefiorita da sei anni dopo essersi trasferita dalla Svizzera. Ha una compagna che vive a Pisa. E non ha mai avuto problemi. «Mai un insulto, mai uno sguardo cattivo. Così mi sono affacciata e ho chiesto a chi si riferisse e mi ha risposto: “A te lesbica schifosa ti sparo in fronte”».

Dopo le minacce, decide di raggiungere il vicino. Scende le scale e bussa alla porta: «Non voglio froci e lesbiche a casa mia» si sente rispondere. Insiste. Bussa ancora, chiede spiegazioni e la porta viene aperta dalla moglie del vicino. «Entro, lo raggiungo. Chiedo spiegazioni e ricevo una testata in faccia». Cade a terra Silvana e capisce di non essere sola con i vicini. Nascosti dietro la porta ci sono altre due persone, un uomo e una donna. «Me ne accorgo tardi. La moglie chiude la porta di casa a chiave. Mi raggiungono, mi bloccano la schiena, il braccio, la moglie cerca di togliermi il cellulare dalla mano e dall’altra parte Marzia, la mia fidanzata sente tutto. Così inizio a urlare: “Chiama i carabinieri perché mi stanno ammazzando”».

Il vicino è una furia, le rovescia addosso qualsiasi tipo di oggetto, il joystick della playstation le frattura un dente. Riesce a liberarsi e chiama i carabinieri: «Aiuto mi stanno ammazzando». Dall’altra parte del telefono il carabiniere le ordina di uscire subito da quella casa ma la porta è chiusa a chiave. Si fa mettere in vivavoce: «Fate uscire subito la signora» urla. La porta si apre e lei scappa. Il vero incubo inizia qui ed è quello che getta Silvana in un mare di disperazione.

Mentre i vicini negano ogni cosa. “Il carabiniere non mi prende sul serio”, ricorda e piange. «Dopo essere stata dalla guardia medica ho fatto la denuncia e il carabiniere rideva. Mi diceva: “ma dai sembra un film, sono cose da vicini che possono succedere”. Sono esplosa. Con tutte le botte che ho preso. La frattura del setto nasale, un trauma cranico. Che poi non sono state solo quelle ma le parole, quelle mi hanno distrutto». Di fronte a questa indifferenza Silvana decide di rivolgersi al comandante della stazione dei Carabinieri. «Sì, lui mi ha creduto. Mi ha dato il suo numero personale ma cosa è cambiato?”» Piange ancora. «Ho paura. Panico da morire. Se devo uscire con i miei cani devo stare per forza al telefono con mia sorella o con Marzia. Piango ogni giorno. Nel cuore della notte vengo risvegliata dalla musica a tutto volume. Il giorno dopo l’aggressione mi hanno tagliato i tubi dell’acqua della macchina».

In Italia soltanto nel 2021 sono stati registrati 55 aggressioni omotransfobiche, secondo un monitoraggio delle denunce emerse dai media. È la punta dell’iceberg. Nella stragrande maggioranza dei casi i reati non vengono denunciati: manca la fiducia nelle forze dell’ordine; spesso la vittima non ha il coraggio di denunciare per via del forte stigma sociale cui è sottoposta a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere; o “semplicemente” perché la vittima non è visibile, e cioè le persone con cui si relaziona di consueto non conoscono il suo orientamento sessuale e quindi ha paura che la denuncia possa palesarlo.

Silvana ha trovato il coraggio di denunciare invece: «L’ho fatto per dare un messaggio alle ragazze lesbiche che vivono su questo territorio. Eppure da quel 20 maggio sto passando l’inferno. Qui nessuno passa per controllare, non c’è vigilanza. Dal paese nessuno mi aiuta. Psicologicamente questa cosa ti ammazza. Le mie giornate non sono più come prima. Lui è sempre lì che mi sussurra: un giorno arriverà la tua morte. L’ho detto ai carabinieri ma non hanno fatto nulla».

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