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Lo smart working sostenibile per reagire allo sfruttamento

Roma, quartiere Esquilino, via di Santa Croce in Gerusalemme. Allo Spin Time sta per aprire la prima Officina territoriale della capitale. I colori, le luci, gli spazi e la disposizione dei tavoli farebbero pensare a un normale coworking, 200 metri quadri dove ogni monade-lavoratrice potrà connettersi per produrre – indipendentemente dai vicini di scrivania – un pezzetto di sviluppo economico utile al paese.

Ma l’Officina è più ambiziosa: «Ci lavoreranno esperti della rigenerazione urbana, architetti, sociologi, antropologi, economisti, operatori sociali. Non ci limitiamo a offrire una connessione veloce, ma vogliamo favorire il dialogo fra le professionalità per una crescita più armoniosa dei quartieri, creare nuova coscienza collettiva, ridurre la distanza siderale tra luoghi di vita e lavoro, ridistribuire la ricchezza in modo equo», dice Chiara Cacciotti di Spin Time, il palazzo occupato salvato nel 2019 dall’elemosiniere del Papa.

L’esperimento di Spin Time non è il solo. Stanno sorgendo Officine di Territorio anche in Friuli Venezia Giulia, a Nuoro, Napoli e Milano, ciascuna con una specifica declinazione in base alle esigenze locali. In Friuli le Officine sono un ponte fra talenti e botteghe, per renderle più digitali e tecnologiche, mentre il comune di Nuoro ha programmato il lancio di 19 officine nei comuni della Barbagia, che si estende sui fianchi del Gennargentu, per offrire luoghi di studio, lavoro e socialità, così da favorire il ripopolamento.

A Napoli sono sorte venti Officine per contrastare la dispersione scolastica e il disagio giovanile portato dalla didattica a distanza, mentre a Milano la prima Officina verrà creata nel quartiere Rogoredo, grazie alla collaborazione fra la cooperativa Ecopolis e il Caf della Cgil, e offrirà servizi ai freelance, ma anche ai rider e agli studenti. Tutte le Officine nascono per creare una terza via, oltre la dicotomia lavoro da casa o in ufficio e far emergere una collettiva e rinata coscienza di classe. «Che è indispensabile per frenare gli effetti collaterali dello smart working», spiega Matteo Gaddi, ricercatore della Fondazione Claudio Sabattini.

Gaddi ha da poco concluso un’indagine su 3.200 lavoratori in smart working a un anno di distanza dall’inizio della pandemia, a partire dai dati forniti dalla Fiom Ggil di Milano. Dall’indagine emerge che il 45,6 per cento degli intervistati non può negoziare individualmente gli obiettivi di lavoro e per il 53 per cento è impossibile mettere in discussione i carichi di attività.

Per un altro 52 per cento le scadenze sono diventate più rigide e strette e quasi la metà dichiara di sostenere un ritmo eccessivo. Due su cinque hanno iniziato ad accusare problemi muscolo scheletrici, il 26 per cento soffre di burnout o insonnia.

Il 50 per cento sostiene di non effettuare pause di alcun tipo e per oltre il 78 per cento la giornata lavorativa si è allungata. Infine nel 93 per cento dei casi il surplus di attività non viene retribuito: «E addio straordinario. Le ore di lavoro non pagato portano l’azienda a esaltare lo smart working come acceleratore di produttività. Abbiamo calcolato che le persone intervistate offrono ogni settimana 8.268 ore gratuite, che equivarrebbero a 207 nuovi posti di lavoro. Insomma, c’è un bel risparmio per l’azienda», dice Gaddi.

E continua: «L’avvento dello smart working ha scardinato il tradizionale paradigma su cui si è sempre basato il contratto di lavoro: ovvero il tempo. Il nuovo mondo del lavoro non si basa più sulle ore prestate a un’azienda in cambio del salario, bensì sul raggiungimento di obiettivi, che tuttavia – nella stragrande maggioranza dei casi – vengono imposti e non condivisi. Si rischia di scivolare velocemente verso un ritorno al cottimo».

Lo smart working, presente in Italia da un decennio, è stato istituito nel 2017 con la Legge 81, si tratta di un accordo individuale fra dipendente e datore di lavoro per stabilire in autonomia quando e dove lavorare, a parità di retribuzione e carriera.

Con il primo decreto emergenziale del marzo scorso il legislatore ha permesso a tutte le aziende di applicare lo smart working in modo semplificato senza sottoscrivere l’accordo con i dipendenti: «Lo smart working ai tempi del Covid-19 è diverso da quello introdotto nella Legge 81 perché, per evitare gli assembramenti, è l’azienda a stabile quando il dipendente può recarsi in ufficio», spiega Mariano Corso, responsabile dell’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano, che prosegue: «A dicembre scadrà l’ultima proroga allo smart working e allora le aziende dovranno sedersi al tavolo con i dipendenti per definire gli accordi individuali. Le imprese farebbero bene ad anticipare quella scadenza, preparandosi a definire le nuove modalità di lavoro post-covid».

L’Osservatorio del Politecnico stima che cinque milioni e mezzo di lavoratori continueranno a lavorare da remoto in media 2,7 giorni a settimana: «Sono per lo più dipendenti pubblici o di grandi imprese, mentre quelli delle Pmi faticano ad accedervi perché scontano problemi organizzativi, manageriali o l’assenza di digitalizzazione dei processi», stima Corso.

Non appena l’emergenza finirà, verrà al pettine l’intricato nodo della contrattazione. Da un lato i giuslavoristi ritengono indispensabile regolare lo smart working all’interno del contratto nazionale di lavoro – assimilandolo al part-time o al telelavoro -, perché una negoziazione fra azienda e singolo dipendente mette quest’ultimo in una posizione di debolezza, dall’altro economisti ed esperti credono che il lavoro del futuro non potrà essere incasellato nelle rigide norme dei contratti nazionali: «È un errore ritenere lo smart working uno strumento di conciliazione, perché rischia di trasformarlo in una gabbia in cui rinchiudere, ad esempio, donne con figli e pendolari, discriminandoli in termini di carriera. Al contrario lo smart working è un nuovo modello di lavoro basato su performance e merito».

E qui ci si avvicina pericolosamente alla parola cottimo: «E se la chiamassimo relazione professionale farebbe meno paura? Posto che lo smart working non consente di penalizzare la retribuzione, è giunto il momento di rivedere alcuni istituti che non hanno più senso, come i permessi retribuiti e il lavoro straordinario. Dobbiamo riscrivere le regole del lavoro per passare da un modello fordista-taylorista da catena di montaggio, in cui un rapporto di lavoro è basato sullo scambio di tempo e obbedienza con il denaro, a un accordo in cui si ricompensi il merito e la creazione di valore».

Da qui l’urgenza di creare una nuova coscienza di classe, perché i singoli dipendenti non si sentano schiacciati dalle decisioni dell’azienda e intrappolati nel vecchio modello salariale. Le Officine Territoriali sono una proposta avanzata dal Forum Disuguaglianze e Diversità insieme al Centro per la Riforma dello Stato: «Che non vuol dire creare dei coworking, ma mettere insieme diverse categorie di lavoratori e smontare le radicate caricature di lavoratori statali poco produttivi, privati garantiti, autonomi evasori fiscali e freelance dediti a lavoretti marginali. Offrendo loro un luogo di lavoro comune, si avrà uno scambio di competenze e un confronto aperto per discutere di nuovi diritti e doveri, visto che presto tutti saranno accomunati dal fatto che la loro attività sarà scandita da piattaforme digitali che ne determinano ritmi, premi, incentivi e penalità. Dall’unione di questa ritrovata classe sociale può venire un innovativo modello di contrattazione», dice Piero De Chiara, ex consigliere AgCom e partner del Forum Disuguaglianze e Diversità.

I primi esperimenti di Officine Territoriali sono il frutto del lavoro congiunto di amministrazioni locali, operatori economici e cittadinanza attiva perché, come spiega Carlo Cellamare, docente di Urbanistica all’Università la Sapienza, «non bastano le micro iniziative locali, serve un piano complessivo per attivare economie di sviluppo locale, così da sostenere la rinascita di periferie e aree interne. Le amministrazioni locali possono lanciare bandi e agganciare finanziamenti nazionali o europei, gli operatori economici possono dare gambe al progetto rendendoli sostenibili nel lungo periodo, mentre la cittadinanza attiva può capire come modellare le Officine rispetto ai bisogni delle comunità locali».

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