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Le mire di Fratelli d’Italia sul Teatro di Roma

Cosa accade se uno spazio pubblico importante, come il Teatro di Roma (che significa nove teatri: Argentina, India, Valle, Villa Torlonia, Globe Theatre, Villa Pamphili, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, Lido di Ostia), resta per ben quindici mesi senza un direttore? E soprattutto come mai occupare quella poltrona fa così tanta paura? La questione è sempre più ingarbugliata e tra le sue conseguenze ha un paradosso nel paradosso, ovvero la chiusura al pubblico del Teatro India, dove da martedì scorso gli spettacoli non vanno in scena a causa dello sciopero proclamato giorno dopo giorno dal comparto tecnico aderente al sindacato Libersind.

Due questioni, quella della vacatio e quella dello sciopero, che sono strettamente legate, sia dal punto di vista tecnico (qualunque ente o azienda priva di un direttore per così tanto tempo si sfalda) ma anche e soprattutto sul piano più politico (in autunno ci sono le elezioni amministrative e le pressioni si fanno sentire da più parti). Tutti chiedono la stessa cosa: la nomina di un direttore. Sì, ma quale? Vale la pena ricordare che il Cda del Teatro di Roma è composto da esponenti di Comune, Regione e Mibact (con una consigliera di opposizione) e la mancanza di unanimità nella scelta di un nome rispecchia anche i difficili rapporti fra i partiti.

Di fatto, il risultato è che a partire dalla dimissioni di Giorgio Barberio Corsetti, che ha lasciato il suo incarico di direttore amministrativo nel febbraio del 2020, ma che ha continuato a lavorare per il Teatro di Roma come consulente artistico, di fatto scindendo in due l’incarico, un direttore ancora non c’è, nonostante la chiamata pubblica che a novembre del 2020 ha portato alla nomina del manager Pier Francesco Pinelli. Un incarico affidato però solo 5 mesi dopo e che ha portato Pinelli a rinunciarvi a causa di altri impegni lavorativi sopraggiunti nel frattempo (almeno queste le ragioni ufficiali).

Da allora, il ruolo viene provvisoriamente ricoperto dal presidente del cda Emanuele Bevilacqua, in attesa che il nodo venga sciolto per chiamata diretta. Eppure tutto tace, a parte Federico Mollicone di Fratelli d’Italia che continua a chiedere il commissariamento, definendo l’India un «centro sociale occupato».

Intanto i nomi dei possibili direttori circolano: Marco Giorgetti, attuale direttore del Teatro della Pergola di Firenze; Franco d’Ippolito, di recente sostituito da Massimiliano Civica alla direzione del Teatro Metastasio di Prato; Luca De Fusco, ex direttore del Napoli TeatroFestival; e la stessa Francesca Corona, attuale consulente del Teatro India. Nel frattempo, da una settimana circa, i lavoratori aderenti alla sigla sindacale Libersind impediscono agli artisti di andare in scena, proprio ora che i teatri hanno riaperto al pubblico dopo il blocco dovuto alla pandemia. E così sono saltate le repliche di “Antigone”, regia di Massimiliano Civica e “Sonora Desert” di Muta Imago, che avrebbe dovuto debuttare in prima nazionale.

Giustissimo rivendicare i diritti dei lavoratori, ma questo sciopero sembra prendere più una piega lobbistica. C’è qualcosa di strano nei comunicati diffusi quasi clandestinamente che chiedono a gran voce la nomina di un direttore, non uno qualsiasi, ma quella di Luca De Fusco (che piace tanto al centrodestra). La mancanza di «adeguati livelli di igiene e sicurezza», smentiti dal Teatro, come pure la stabilizzazione dei precari, sembrano passare in secondo piano rispetto alla questione centrale: dare un orientamento sul futuro direttore.

«Bisogna difendere la possibilità di accedere ai luoghi della cultura. Questa situazione è diventata insostenibile per tutti. È necessario affidare la direzione e nello stesso tempo permettere agli artisti che vengono regolarmente retribuiti ma che non hanno la possibilità di condividere il loro lavoro con il pubblico, di poter andare in scena con i propri spettacoli», dice Francesca Corona. La sensazione è che si stia perdendo la possibilità di immaginare il futuro del teatro e che ci siano dei tentativi in atto di «normalizzare» uno spazio che in molti vorrebbero più classico e meno sperimentale. Di sicuro, l’immobilità danneggia tutti, dal pubblico agli artisti.

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