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La Danimarca sta cacciando i siriani rifugiati. Anche se lavorano e si sono integrati

Due mesi fa Rahima Abdullah, 19 anni, ha scritto una poesia pubblicata sul giornale danese Politiken Today, e accompagnata a una lettera aperta al governo.


La poesia si intitola “Biglietto di ritorno” e comincia così: «Ho messo la bandiera danese/alla mia torta di compleanno/e con grande riconoscenza mi sono sentita a casa e ho cominciato a sognare/poi il mio sogno si è spezzato/e ora sono seduta qui con un biglietto di ritorno».


Rahima è una delle migliaia di giovani scesi in piazza negli ultimi mesi in 25 città della Danimarca per protestare contro la decisione del governo di revocare la protezione internazionale a centinaia di rifugiati siriani.


Rahima è curda, è nata in Siria, del suo paese in guerra da dieci anni ricorda l’infanzia ad Aleppo, la scuola elementare, le celebrazioni del regime di Bashar al Assad imposte anche dalle insegnanti, poi il 2011, l’anno della rivoluzione, le manifestazioni in piazza, i morti e la distruzione.


Quando una bomba ha colpito un edificio adiacente alla sua scuola, il padre ha deciso che fosse arrivato il momento di lasciare Aleppo e tutta la famiglia si è trasferita ad Afrin, nella parte settentrionale del paese. Pensavano fosse una soluzione transitoria, che la guerra civile sarebbe finita in fretta e avrebbero fatto ritorno a casa. Invece ad Afrin sono rimasti più di due anni, finché nel 2013 alla guerra si è aggiunta la minaccia dell’Isis nell’area e il padre di Rahima ha deciso che il passo successivo sarebbe stato l’esilio. Si è affidato a un trafficante, è arrivato in Turchia, poi il mare, le isole greche, la rotta balcanica.


Ha affrontato il viaggio da solo per non far rischiare la vita alla famiglia ed è arrivato in Danimarca.

Se arrivo sano e salvo – disse loro prima di partire – chiederò il ricongiungimento familiare.


Così è stato e dopo poco più di un anno anche Rahima sua madre e i suoi fratelli erano a Nyborg.


Era l’estate del 2015.


Tutta la famiglia di Rahima ottenne la protezione internazionale perché considerata a rischio di persecuzione in Siria. Da allora, sei anni fa, Rahima ha studiato molto, ha imparato il danese, frequenta con successo le scuole secondarie, ha relazioni sociali stabili, e tanti amici. Come Aya Abu Daher, coetanea e compagna di classe che però tre mesi fa si è vista revocare la protezione temporanea.


Esistono diversi tipi di status concessi alle persone in cerca di protezione, chi è a rischio di persecuzione ottiene lo status di rifugiato, chi fugge da violenze che si verificano nel paese di origine riceve uno status di protezione transitoria. Fino a poco tempo fa la protezione transitoria si rinnovava ogni 12 mesi poi, qualche anno fa, il vento ha cominciato a cambiare.


Negli ultimi anni, soprattutto a seguito della crisi del 2015, il dibattito sul fenomeno migratorio ha portato centrodestra e centrosinistra a convergere su posizioni severe, di chiusura verso i non europei e decisioni controverse come la confisca di contanti e gioielli alle persone migranti per contribuire alle loro spese di mantenimento e a quelle burocratiche per la richiesta di asilo.


Nel 2108 alcune zone, abitate per lo più da persone non europee, sono state designate col termine “ghetti” ed è stata introdotta una rigida legislazione sui bambini figli di migranti, obbligati a frequentare corsi di valori danesi.


Nel 2019 il governo ha cominciato a lavorare su un report per verificare le condizioni di sicurezza in Siria e lo scorso anno, sulla base delle conclusioni del rapporto, ha revisionato le valutazioni sulle condizioni di vita a Damasco e ha decretato che la situazione fosse «migliorata in modo significativo» e che, dunque, per i 350 siriani provenienti da quella zona fosse arrivato il momento di riconsiderare la protezione transitoria e eventualmente fare ritorno a casa.


I patti erano chiari, dice la politica «la nostra posizione non lasciava spazio a equivoci», ha recentemente dichiarato a Reuters il ministro danese per l’Immigrazione Mattias Tesfaye, «i rifugiati siriani sapevano che il permesso era temporaneo e quindi avrebbe potuto essere revocato».


Il ministro Tesfaye conferma la posizione del governo socialdemocratico della premier Mette Frederiksen: l’obiettivo è avere «zero richieste d’asilo».


In Danimarca, paese di cinque milioni e mezzo di abitanti, gli immigrati rappresentano il 9% della popolazione, i siriani sono 33 mila. E a circa 400 di loro, bambini compresi, è stato revocato lo status con la conseguente richiesta di ritorno in Siria.


La Danimarca è il primo paese europeo a revocare formalmente i permessi di soggiorno ai rifugiati siriani, tuttavia non può deportarli perché il governo di Copenaghen non ha relazioni ufficiali con il regime di Bashar al-Assad.


Così a chi sceglie di lasciare il paese viene offerto un contributo economico pari a circa 22 mila euro.


L’incentivo finanziario fa parte delle politiche di repressione danesi degli ultimi anni e rappresenta un messaggio chiaro, l’invito ad andare via e insieme il disincentivo per altri ad arrivare. Per chi non parte, si aprono, a tempo indeterminato, le porte dei centri di partenza, cioè delle strutture che di fatto funzionano come centri di espulsione.


Nadia Hardman, ricercatrice di Human Right Watch ha detto: «La Danimarca non sta mettendo le persone su un aereo, ma le sta privando del permesso di soggiorno il che equivale a privarle dei diritti legati alla cittadinanza».


Senza permesso di soggiorno, infatti, non è possibile cercare lavoro, affittare un appartamento, frequentare un corso di lingua. Ecco perché anche se il governo danese non può – in assenza di relazioni diplomatiche – effettuare direttamente rimpatri forzati, spostare le persone nei centri di partenza, strutture situate alle estreme periferie delle città, e descritte dalle organizzazioni in difesa dei diritti umani come “luoghi inaccettabili”, equivale a indurli a partire contro la loro volontà.


All’inizio del 2020 un rapporto del Comitato anti-tortura del Consiglio d’Europa aveva sollevato una severa critica alle condizioni dei centri di detenzione per richiedenti asilo nelle città di Ellebæk e Nykøbing Falster.

Hans Wolff, a capo del comitato anti-tortura che li aveva visitati, aveva espresso shock per le condizioni dei centri descritti tra «i peggiori d’Europa».


Il Comitato ha criticato le regole carcerarie inaccettabili, un ambiente oppressivo con camere e servizi igienici in condizioni giudicate «deplorevoli», e condannato la mancanza di personale, di medici e il sovraffollamento.


«Vivere in quelle condizioni», dice ancora Hardman, «può di fatto costringere una persona alla scelta di lasciare il paese, nonostante i rischi che potrebbe affrontare al rientro nel paese di origine».


Secondo il ministero dell’immigrazione danese, nel 2019 circa 250 rifugiati sono tornati volontariamente in Siria.


Non solo giovani come Aya, l’amica di Rahima Abdullah, ma anche persone anziane stanno affrontando il medesimo destino.


Rihab Kassem ha sessantasei anni, è una rifugiata siriana-palestinese originaria di Yarmouk. In Siria era un’infermiera, è arrivata in Danimarca nel 2013, otto anni fa. Ha chiesto asilo e lo ha ottenuto, per cinque anni. Nel 2019 le è stata prorogata la protezione per altri due anni e infine, tre mesi fa, le autorità le hanno inviato una lettera. C’era scritto che la situazione a Damasco era considerata sicura, che i suoi figli ormai adulti non dipendevano più da lei, e che la sua vita in Siria non sarebbe stata in pericolo.


Rihab, che ha problemi di salute, ha provato a ribattere che la sua vita ora è a Copenaghen, che non vive in Danimarca da mendicante e che anzi tutti i membri della sua famiglia lavorano e pagano le tasse.

Ma la commissione ha risposto che le condizioni di salute non siano così gravi da giustificare la sua permanenza nel paese.


Anche Rasha Kalout, 38 anni, vive in Danimarca con la sua famiglia dopo essere scappata dalla guerra siriana, è a Copenaghen da sei anni con i suoi due figli e lavora come infermiera per gli anziani. Due mesi fa anche lei ha ricevuto una e-mail dal governo danese che le comunicava la revoca del permesso di soggiorno.


Rasha, incredula, ha scritto una lettera alle istituzioni, per descrivere cosa sia la vita in Siria, anche dove non si combatte più: «La distruzione è ovunque, le forze di Bashar al-Assad considerano traditori tutti quelli che hanno lasciato il paese all’inizio della guerra, per questo tornare ci espone ai sequestri da parte di bande armate, che sono ormai quotidiani. In Siria», continua Kalout, «non c’è possibilità di criticare il regime di Assad, non c’è spazio per la società civile, non c’è una legge che tuteli le persone ingiustamente carcerate. Se tornassi in Siria con i miei figli e provassi a usare i valori democratici e la libertà di parola che ho imparato in Danimarca, sarei arrestata. Nonostante tutto questo, il governo danese vuole rimandare a casa noi siriani».


A dieci anni dall’inizio della guerra in Siria, e mezzo milione di morti dopo, secondo i dati delle Nazioni Unite, 13 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria e sei milioni vivono in uno stato di povertà estrema, mezzo milione di bambini sono fortemente e cronicamente malnutriti.


L’economia è al collasso, le persone sono costrette a lunghissime file quotidiane solo per comprare un po’ di pane, le zone che sono state teatro di combattimenti sono ancora in completa rovina, prive di infrastrutture.


Lo scorso marzo, la Rete Siriana per i Diritti Umani ha accertato 140 casi di arresti e detenzione arbitrari nella zona di Rif-Damasco, esattamente le stesse zone ritenute sicure dal rapporto del governo danese.


Il rapporto danese sulla sicurezza a Damasco è stato così controverso che 11 esperti consultati durante la stesura hanno ritirato la firma dopo la pubblicazione dicendo di non riconoscere le opinioni date nelle conclusioni politiche del governo e – hanno scritto pubblicamente – «non riteniamo che la politica danese sui rifugiati siriani rifletta pienamente la condizioni reali sul campo».


L’Ue e l’Unhcr hanno affermato che qualsiasi rimpatrio dovrebbe essere volontario e dignitoso e l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha dichiarato che «l’Unhcr non considera i recenti miglioramenti nella sicurezza in alcune parti della Siria sufficientemente stabili o durevoli da giustificare la fine della protezione internazionale per qualsiasi gruppo di rifugiati».


Parole che non lasciano spazio all’equivoco.


La decisione danese di revocare la protezione internazionale può creare un pericoloso precedente in un’Europa già incline alla chiusura delle frontiere e all’aumento dei rimpatri, un’Europa che da anni sta scoraggiando le persone nelle procedure di richiesta d’asilo, diminuendone i benefici e inasprendo i criteri di richiesta.


Per centinaia di siriani in Danimarca oggi la vita si è trasformata in un limbo, un’esistenza in attesa di risposte e valutazioni, di famiglie separate e conseguenze psicologiche.


La ventenne Rahima Abdullah ha scritto una lettera pubblica per cogliere i traumi e le contraddizioni della decisione del governo di Copenaghen.


«Cari politici», scrive, «la Danimarca non manda i suoi diplomatici in Siria perché l’ambasciata danese a Damasco non è sicura. Perché si dovrebbero mandare i cittadini siriani allora? Ma tutte le vite umane non valgono lo stesso?».


Nelle prime righe della sua lettera la parola “ansia” ricorre sei volte, le ultime righe della poesia che accompagna la lettera, invece, recitano: «Lascia che ti dica una cosa, Forse sono io l’estraneo, Ma tu sei quello debole».

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