i-misteri-del-broker-dei-vip-massimo-bochicchio,-dal-tesoro-nascosto-alla-morte-improvvisa-di-un-suo-collaboratore

I misteri del broker dei vip Massimo Bochicchio, dal tesoro nascosto alla morte improvvisa di un suo collaboratore

Inseguito dalla giustizia italiana e da quella britannica, costretto da mesi a un esilio dorato a Dubai, il finanziere Massimo Bochicchio non si è lasciato alle spalle solo un crack da centinaia di milioni di euro, con una folla di clienti inferociti che lo accusano di aver sperperato il denaro che gli avevano affidato in gestione.

La vicenda del broker romano, la lunga ascesa e la precipitosa caduta di un consulente stimato da ricchi e famosi come il presidente del Coni, Giovanni Malagò e gli allenatori Antonio Conte e Marcello Lippi, incrocia anche la morte improvvisa di un manager italiano che aveva fatto carriera nella City. Si chiamava Luca De Lucia e alla fine di ottobre del 2019 è stato trovato senza vita nella sua casa di Londra.

De Lucia era uno dei dirigenti di vertice (chief operating officer la carica formale) di Tiber capital, la società di gestione di patrimoni fondata nel 2011 dal finanziere ora in fuga e finita in liquidazione ad agosto dell’anno scorso quando lo scandalo è finito per la prima volta su giornali.

Il nome del manager, di origini campane come Bochicchio, compariva anche tra i componenti (quattro in tutto) del consiglio di amministrazione della società londinese. All’epoca il decesso venne attribuito a un malore improvviso che avrebbe stroncato la vita di un quarantenne conosciuto nell’ambiente bancario come un professionista esperto e uno sportivo praticante. Le testimonianze raccolte dall’Espresso concordano su un punto: da mesi De Lucia appariva stanco e nervoso, come se fosse sottoposto a una situazione di stress fuori dall’ordinario. In quello stesso periodo, nella seconda metà del 2019, la galassia di attività di Bochicchio stava già per implodere, inghiottita da un buco nero di perdite. Fino ad allora il finanziere era riuscito a giocare su due tavoli.

A Londra, sottoposti alla sorveglianza delle locali autorità di controllo, c’erano i fondi d’investimento sotto l’ombrello di Tiber capital. Il lato oscuro del gruppo riportava invece alla società Kidman asset management, registrata alle British Virgin islands. Al riparo di questo schermo offshore, il broker romano, 55 anni, figlio di un alto ufficiale dei Carabinieri, è riuscito a manovrare i patrimoni di decine e decine di clienti tra l’Italia, Londra e i Caraibi. Tutti soldi di cui è difficile tracciare con precisione il percorso. Bochicchio godeva di contatti e coperture di alto livello a Roma come nella City. Questa è la convinzione degli investigatori italiani. Finora però tutte le richieste di collaborazione inviate a Londra sono rimaste senza risposta.

Ai bei tempi i soldi entravano e uscivano senza problemi dai conti Kidman alla Hsbc, la più grande banca britannica, mentre un paio di anni fa è stato il Credit Suisse ad aprire le porte alle società del gestore, assistito dalla Fidinam, grande fiduciaria svizzera attiva su tutte le piazze offshore. A quanto pare, i sofisticati sistemi di controllo interno dei due grandi istituti non hanno segnalato nulla di sospetto. Per accreditarsi con gli investitori più diffidenti, Bochicchio garantiva di avere un filo diretto con i vertici di Hsbc, l’istituto di credito che lo aveva assunto nel 2006 per poi dargli il benservito sei anni dopo. Millanterie? Sta di fatto che agli atti delle indagini della Guardia di Finanza (il pool di polizia giudiziaria della Procura di Milano) sono finiti alcuni appunti, scritti dallo stesso Bochicchio, in cui viene menzionato, in un elenco di clienti, anche Samir Assaf, già gran capo mondiale del trading di Hsbc.

A Londra, chi lo conosce bene sostiene che il broker sia arrivato ad accumulare fino a 600 milioni di euro. La procura di Milano, che indaga su di lui per riciclaggio di denaro proveniente da evasione fiscale, ha già messo sotto sequestro le sue abitazioni di Roma e Cortina e altri oggetti di valore. Poca cosa, comunque, rispetto all’enorme patrimonio che il finanziere era in grado di manovrare. Di certo il broker per anni non si è fatto mancare nulla. È noto che aveva preso casa nella capitale inglese in Holland park, il quartiere dei miliardari, ma L’Espresso ha verificato che Bochicchio è proprietario anche di un appartamento da un milione di dollari a Miami, nel grattacielo MarinaBlue. E poi voli privati, auto di lusso, investimenti milionari in opere d’arte, gioielli e pezzi d’antiquariato. Una vita a tutta velocità, mentre la lista dei clienti, ingolositi dalla promessa di guadagni stellari, oltre il 10 per cento l’anno, si allungava sempre di più.

Il Marina Blue di Miami

 

Massimo Bochicchio, Max per i numerosissimi amici, non perdeva un colpo, sempre pronto a coprire eventuali passi falsi sotto una montagna di promesse condite da sorrisi e pacche sulle spalle. Anche alla fine dell’anno scorso, quando il disastro era sotto gli occhi di tutti, chi lo ha raggiunto in conference call si è sentito ripetere che un misterioso finanziatore arabo era pronto a intervenire per scongiurare il crack.

Da almeno un ventennio, Bochicchio era ben introdotto tra professionisti e gente di spettacolo. Il suo nome, così come quello del sodale Sebastiano Zampa, anche lui tra i fondatori di Tiber capital, compare nelle carte societarie di Gianfranco Lande, meglio noto come il “Madoff dei Parioli”. Tanto che tra gli investigatori c’è chi ipotizza che alcuni dei clienti caduti nella rete di Lande abbiano in parte recuperato il proprio denaro per poi affidarlo a Bochicchio. Molti degli improvvidi investitori ormai rassegnati a contare le perdite provengono dal circolo Aniene di Roma, il club sportivo ad altissima densità di potere e denaro a lungo presieduto da Giovanni Malagò (dal 2017 è presidente onorario). Malagò era un amico di lunga data di Bochicchio, tanto che quando il finanziere si ammalò di Covid ad aprile del 2020, fu proprio il presidente del Coni a organizzare il suo rientro dall’Inghilterra in Italia per curarsi in un ospedale romano. Una vicenda svelata da un’inchiesta dell’Espresso.

Tiber capital, fondata nel 2011, aveva conquistato una discreta fama nel giro degli italiani emigrati sulle rive del Tamigi, quelli più ricchi, ovviamente. Nella lista dei clienti troviamo anche l’ambasciatore a Londra, Raffaele Trombetta, che ora fa parte del comitato dei creditori incaricato di sorvegliare la liquidazione della società. Nel mondo sportivo, invece, il salto di qualità è arrivato grazie ai rapporti con Federico Pastorello, uno dei procuratori più ricchi e attivi del calciomercato internazionale. Pastorello, residenza a Montecarlo, ha affidato a Bochicchio svariati milioni insieme alla compagna Leona Koenig. Anche il loro denaro è stato inghiottito dal crack al pari dei 30 milioni di Antonio Conte. L’ex allenatore dell’Inter aveva incrociato il finanziere di Kidman nel 2016, quando approdò al Chelsea di Roman Abramovich. Nella rete del broker sono finiti anche i due fratelli di Conte, Gianluca e Daniele. Il primo, che fa parte dello staff tecnico di Antonio, la aveva seguito nell’avventura inglese, mentre Daniele, già dipendente della banca delle Alpi Marittime di Torino, era stato assunto alla Tiber capital di Bochicchio.

Federico Pastorello e la compagna Leona Koenig

 

L’elenco dei vip del pallone prosegue con l’allenatore campione del mondo Marcello Lippi e suo figlio Davide, il procuratore Luca Bascherini (legato a Pastorello) e i due calciatori Stephan El Sharawi e Patrice Evra, che avevano Bascherini come agente. Con ogni probabilità la lista degli investitori coinvolti nel crack comprende decine di nomi fin qui rimasti nell’ombra. Tra questi anche un gran numero di evasori fiscali che si guardano bene dal denunciare di aver perso milioni mai dichiarati all’Erario. Altri ancora, invece, contano di evitare eventuali sanzioni perché da tempo residenti a Montecarlo.

È il caso di Rodolfo Errani, imprenditore romagnolo che per almeno un decennio ha finanziato le imprese di Bochicchio, investendo una parte importante del denaro (almeno 200 milioni secondo i bene informati) incassato con la vendita dell’azienda di famiglia, la Cisa di Faenza. Il progetto dell’amico broker lo aveva a tal punto convinto che Errani è entrato anche nel consiglio di amministrazione di Tiber capital, dove lavoravano entrambi i suoi figli. Con il rischio, adesso, di essere chiamato a rispondere del crack della società londinese. La beffa finale di una storia di malafinanza.

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *