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E dopo Brusca si accende la speranza dei boss mai pentiti: tornare liberi

La sera dell’arresto di Giovanni Brusca i poliziotti che lo portano negli uffici della Squadra mobile a Palermo perdono le chiavi delle sue manette. Non si trovano. O forse nessuno ha voglia di trovarle.

Gli agenti che lo hanno bloccato in una casa di campagna nell’agrigentino sono quasi tutti amici dei poliziotti saltati in aria a Capaci. Nella squadra della “Catturandi” che è entrata in azione c’è pure il fratello di una delle vittime di via D’Amelio. Fosse per loro, quelle manette a Brusca non gliele toglierebbero più. A tarda sera devono intervenire i vigili del fuoco per liberare i polsi del mafioso.

Ricordo bene quella serata del 20 maggio di venticinque anni fa per averla vissuta direttamente da giovane cronista. All’imbrunire il corteo di auto sulle quali sono stati divisi Giovanni Brusca, suo fratello Enzo e uno dei favoreggiatori, arrestati nell’Agrigentino, parte a forte velocità in direzione di Palermo. Alle porte della città, gli agenti che hanno in custodia l’assassino di Capaci decidono di deviare il percorso, allungano per una strada del centro, arrivano in via Notarbartolo e qui si fermano davanti all’albero Falcone, ricoperto da immagini delle vittime, da fiori e messaggi sui biglietti lasciati da migliaia di persone. Lo mostrano all’uomo che ha le mani bloccate dalle manette. E poi volano dritti alla Squadra mobile.

L’ordine di scarcerazione di Giovanni Brusca che anticipa la sua liberazione


Le prime due auto vengono accolte davanti alla questura da un tripudio di clacson e sirene. Ci sono cittadini che applaudono. Poliziotti con il volto coperto che agitano i mitra in aria dai finestrini delle auto, in segno di vittoria. Lo sfogo, legittimo e umanamente comprensibile, di chi ha lavorato a lungo alla ricerca di un assassino e adesso festeggia il risultato dello Stato che vince sui mafiosi.


Nel cortile della palazzina della Squadra mobile c’è un folto gruppo di poliziotti che attende l’ingresso dell’auto. Sono agitati ma commossi. Pensano ai loro colleghi uccisi. Arriva un’auto, viene fatta entrare e bloccata nel cortile. Gli sportelli si aprono, scendono gli agenti in borghese che proteggono l’arrestato e in una frazione di secondo hanno addosso una decina di persone che provano ad afferrarlo, fino a quando, dopo meno di un minuto, si sente una voce urlare: «Unnè iddu! (non è lui, ndr)». Tutti si fermano, si girano verso l’ingresso dove sta per entrare un’altra auto, pensano che l’assassino dei loro colleghi possa essere su questa vettura, la puntano e la scena violenta si ripete. Ma non è lui l’uomo stretto fra i poliziotti, è uno dei favoreggiatori. Dopo pochi minuti si fa largo tra la piccola folla di poliziotti un furgone scortato. E da qui scende ammanettato Giovanni Brusca. In quel momento i poliziotti di Palermo vedono in faccia l’uomo della strage, stretto fra gli agenti, e gli urlano contro scaricando rabbia e dolore. È una scena che traumatizza Brusca, come poi ricorderà. Nell’estate del 1996 inizia a fare dichiarazioni ai magistrati. All’inizio tenta una manovra per screditare l’antimafia e alcuni politici come Luciano Violante, ma questa azione viene smascherata. E fornisce una collaborazione più ampia: è il primo a rivelare “il papello” e la trattativa tra mafia e Stato nel 1992. Ma nel settembre 2010 scoprono che continua a gestire traffici e ricatti, proteggendo un tesoro accumulato con i crimini. Rischia di perdere i benefici e di essere retrocesso da “collaboratore” a “dichiarante”. Di fronte alla possibilità di vedere chiudersi le porte del carcere per sempre, senza più permessi e sconti di pena, sostiene di volere raccontare la seconda parte della sua storia criminale.

ESCLUSIVO – Brusca piange e chiede perdono: ecco l’audio originale al processo

Completando un quadro che era già stato in parte intercettato dalle microspie nella sua cella. Rompe il silenzio mirato a «non rendere dichiarazioni su persone che sono state “disponibili” con Cosa nostra». E per paura di non riprendersi la libertà, si mostra davanti ai giudici con le lacrime agli occhi. È il 2013 e Giovanni Brusca piange di fronte alla corte d’Assise di Caltanissetta. Le lacrime scendono, non riesce a proseguire nel discorso. A 17 anni dal suo arresto, per la prima volta, chiede pubblicamente perdono ai familiari delle sue vittime. Lo fa ricordando di essere l’assassino di Falcone, degli agenti della scorta e di tanti altri «di cui non capivo il motivo per cui Cosa nostra e Riina ne decideva la morte. E continuo a non comprenderlo adesso… Sono stato un automa del male, perché credevo in Riina e per me Cosa nostra era una istituzione e la rispettavo».


Con le lacrime agli occhi aggiunge: «Ho fatto del male a tante famiglie, di giudici e altre persone, e ai loro familiari chiedo perdono».

Il boss torna al giorno del suo arresto che ricorda come un momento tremendo per la forte azione degli agenti: «Comprendo lo stato d’animo che avevano i poliziotti, ai quali non porto rancore. Avevo ucciso Falcone e gli uomini della scorta e quindi non mi aspettavo un trattamento particolare. Ho pensato che durante il blitz i poliziotti fossero arrivati per uccidermi. Per fortuna c’è un Dio: mi sono buttato a terra, perché se non fosse stato così non sarei qui».


L’inizio turbolento della collaborazione è quello che marchia la carriera da pentito di Brusca. «All’inizio ho commesso un errore, ma quando ho deciso di essere serio, privo dei rancori nei confronti di pentiti che erano miei ex nemici, ho iniziato a fare sul serio ma avevo la sensazione di un muro di gomma che veniva alzato dai magistrati perché quasi tutto quello che dicevo mi veniva rivolto contro». E conclude: «Difficile è stato in passato il mio rapporto con alcuni pm. Ho dovuto riconquistare la fiducia di tutti grazie ai riscontri processuali che sono stati trovati alle mie dichiarazioni».

La data di fine pena era fissata per il prossimo 15 luglio, a poca distanza dalla ricorrenza della strage di Borsellino. Il ricalcolo fatto dai giudici di Milano ne ha anticipato la scarcerazione al 31 maggio. Brusca è l’unico collaboratore che ha scontato fino all’ultimo giorno la sua pena in carcere. Altri hanno goduto di arresti domiciliari o del ritorno direttamente in libertà, anche gli assassini come lui. In tanti dicono di provare sconcerto per questa scarcerazione, ma è conseguente ad una legge, ispirata da Falcone. È nelle regole.

Questa liberazione anticipata deve però far riflettere su quello che accadrà nei prossimi undici mesi, quando l’ergastolo ostativo, come indicato dalla Corte costituzionale, verrà cancellato anche per i mafiosi che non collaborano, e allora inizieranno ad uscire dal carcere i killer, gli stragisti, i boss che mai si sono pentiti e che hanno già fatto 27 anni di galera. Torneranno liberi gli ergastolani come Giuseppe Graviano e Filippo Graviano, e guarderanno i loro “picciotti” con la spalvaderia che loro non sono “infami”, cioè non “tradiscono” e che quindi sono “uomini d’onore”, sui quali purtroppo potrebbe rinascere una nuova Cosa nostra, come lo è stata cinquant’anni fa con i Corleonesi.

Su questo punto occorre che si rifletta. Nella speranza che qualcuno possa salvarci da questa nuova mostruosità.

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