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Cannibalizzare Seid Visin per poter dire di avere ragione

Quando un ragazzo di vent’anni si toglie la vita, è impossibile lasciare andare quella vita. Bisogna trovare un colpevole. E allora si scava a fondo, in cerca di qualcosa o qualcuno che si possa punire, o per il quale sia possibile provare odio sufficiente a stare bene.


Depressione è una parola impersonale e senza colore. Come genere umano siamo riusciti ad accumulare tonnellate e tonnellate di letteratura con al centro la personificazione di una morte scheletrica, arcigna e senza amore che arriva nella notte e falcidia tutti senza alcun rispetto per i legami e il tempo. Ma la depressione è incomunicabile, è inimmaginabile, e talmente oscura e insieme invisibile che risulta impossibile cristallizzarla in un solo simbolo del disprezzo.


Nelle ore successive alla morte di Seid Visin, è la depressione la prima accusata ad essere trascinata sul banco degli imputati, ma questa non si presenta da sola. È seguita da parole che inizialmente vengono raccontate come i suoi ultimi pensieri di commiato e che poi si scopriranno essere parte di una lunga lettera di qualche anno prima in cui il ragazzo, appena diciottenne, analizza con una lucidità purissima e luminosa la sua condizione di giovane nero italiano e adottato, in contrapposizione a quella dei migranti di sbarco che, come dice Seid stesso, non godono della sua stessa fortuna.Tuttavia il popolo ha già decretato. Said è morto di razzismo. È colpa del razzismo. Ma non di un razzismo complesso di cui si conoscono tutte le parti di carne e di ossa. Il razzismo di cui si parla è un razzismo banale, che mantiene l’orrore della forma, ma dentro rimane vuoto. Come un guscio di orrori che contiene l’ignoranza dei bianchi che vogliono «salvare» i neri, condannandoli a essere neri per sempre.


Ed è qui che Seid pone l’opinione pubblica davanti alla prima frattura di un immaginario razzista, quella dei migranti come corpo unico e indistinto, di cui nemmeno una parte della sinistra italiana riesce a disfarsi nel proprio ragionare. Tuttavia la differenza c’è, Seid la vede e prova anche a raccontarla, ma la gente all’indomani della sua morte lo ignora. Invocare il fantasma di un vuoto razzismo è più semplice dei pensieri che Seid condivide con gli amici e soprattutto sui social. Pensieri che ci raccontano di un ragazzo che sa di vivere in un mondo di bianchi che insieme possono decidere quanto è «integrato» e quanto può essere considerato un loro simile. Ma ancora una volta la pretesa di comprendere la condizione esistenziale dei neri solo perché si è bianchi e vagamente di sinistra oscura questo ennesimo punto, fondamentale, dichiarando che sì, è ancora colpa del razzismo.


Infine Seid ci porta di fronte a un’altra frattura. Quella più intima e ignorata, che si apre e si dirama nei corpi razzializzati che non riescono a essere dei luoghi in cui potersi sentire amati e al sicuro.


Il tuo corpo nero è motivo di scherno, scatena violenza, paura, reazioni spesso imprevedibili e scomposte. Il tuo corpo nero non è un posto in cui riesci sempre a stare a tuo agio come vorresti, ma comunque ti tocca. E con dolore ed impegno, quando ci riesci, impari a conviverci. E a non fargli del male.


Anche questo sentire complesso, forse la frattura più grande mai ravvisata in tutta questa storia, viene eclissata dal tribunale contro il Razzismo. Ma è un processo dove non vince Seid. Non vinciamo noi. E non vince nemmeno la verità. La memoria di Seid Visin viene sezionata, sbrindellata e trasformata nell’ostia che i progressisti di questo Paese cercano di fare loro, in questa bizzarra Comunione dell’umanità futura, dove però sono tutti cannibali poiché vogliosi di assimilare e digerire un pezzo della storia di Seid, l’ennesimo ragazzo nero, tragicamente trasformato nel simbolo del moderno Corpo di Cristo di cui ognuno vuole una parte per sentirsi finalmente assolto dal peccato del razzismo.


È questa la perversione del progressismo italiano, una perversione che Igiaba Scego riesce a fotografare perfettamente in un suo recente articolo nel quale parla di una vecchia sinistra e di noi, i giovani incompresi condannati alle semplificazioni che incarnano una realtà: «Troppo reale per un progressismo chiuso e autoreferenziale. Un progressismo che ti inserisce in uno schemino perché della tua complessità non sa che farne».


Affermare che Seid Visin sia morto di razzismo è una risposta facile e comoda. Perché il razzismo vuotato della sua complessità sembra quasi il cugino di Golia che con un minimo sforzo da parte di tutti si può abbattere. Così come è facile e comodo dire che Seid Visin sia morto nell’unica versione al mondo di una depressione che non si nutre dei traumi e delle fratture provocate da un sistema che delegittima alla radice la vita dei neri. Si sono erette barricate ideologiche alte come le più vecchie montagne del mondo, montagne che vengono tirate su dalla voglia di avere ragione e di riaffermare il proprio credo.

Anche quando è della vita di un ragazzo morto suicida che si sta parlando.


Ma in questo Paese, la battaglia ideologica per negare o affermare l’esistenza del razzismo non conosce sonno, né fame. La memoria di Seid viene cannibalizzata sull’altare della politica dell’io penso, io mi batto, io sono dalla loro, io sono contro di loro e dei rimasugli di queste baruffe che si consumano sui nostri corpi, silenziati o interpellati, ma sempre con un altissimo grado di violenza e insensibilità, resta l’incapacità della sinistra di rispondere alle assurdità della destra, con un racconto multidimensionale e privo di padri putativi o madri spirituali, che lasci spazio e che riesca ad approdare sulle sponde di una riflessione per raccontare finalmente il razzismo come un fenomeno esistenziale che non riguarda soltanto i bianchi contro i neri, ma i meccanismi che ci portano a essere neri e bianchi. Oltre la banalità dei ci dispiace, perdonaci, che è la banalità del bene e del male.

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